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Il vero nome di Ra. Un mito egizio.

Come anticipato, ho deciso di scrivere con maggiore frequenza su questo blog. Uno degli argomenti che più amo, come sapete, è la mitologia. Ho dedicato buona parte del 2018 allo studio delle fonti della mitologia egizia, pubblicando un libro con I Doni delle Muse sull’argomento, e ho trovato l’argomento particolarmente affascinante. Vorrei pertanto condividere alcune riflessioni insieme a voi in merito alla storia di come Isis, una donna molto sapiente ma mortale, ottiene la condizione divina attraverso un inganno che le consentirà di conoscere il vero nome di Ra. Se poi vorrete approfondire i temi trattati, qui trovate la scheda del mio libro Miti Egizi; potete anche acquistarlo in tutti gli store online, ad esempio qui o qui, o in libreria dietro ordinazione.

Buona lettura!

Uno dei miti più affascinanti dell’antico Egitto è quello che narra di come Isis ottiene con l’inganno la conoscenza del vero nome di Ra, conquistando di conseguenza lo status divino.
Ra in questo testo non è semplicemente una delle tante divinità: rappresenta la divinità, il dio che ha generato se stesso, il principio divino delle cose, origine della vita, del fuoco, del vento e di ogni cosa viva sulla terra, nel mare o nell’aria. Conoscere il nome di Ra significa conoscere nella sua realtà il principio divino. Innumerevoli sono i nomi con cui il dio viene chiamato, neppure gli stessi dei li conoscono. Ma Isis vuole qualcosa di più dei molti nomi: vuole il nome vero.
Secondo quello che resterà un topos nel corso dei secoli nel pensiero gnostico, che deriva evidentemente da queste origini arcaiche, conoscere una cosa equivale a divenire la cosa stessa, a essere la cosa stessa. E il nome rappresenta il fulcro essenziale della cosa, sua origine e sua realtà.
Per traslazione, Isis diviene la divinità nel momento stesso in cui conosce la divinità nella sua essenza: nel suo nome. Si può conoscere soltanto ciò che si è, questa è la dottrina gnostica. Senza però entrare in troppi dettagli filosofici, procediamo ora con l’analisi del mito.

All’inizio della storia, Isis non è una dea, ma soltanto una donna sapiente. Una donna che possiede un’alta conoscenza, quella delle parole di potere, parole in grado di distruggere le infermità, parole in grado di riportare alla vita coloro le cui gole sono ormai serrate e che si trovano nel regno dei morti. Ma ora Isis vuole la parola più potente di tutte: il vero nome di dio.
Da tempo la sua mente si è allontanata dal genere umano per rivolgersi agli dei e agli spiriti. La sua sapienza, per quanto grande, non è tuttavia sufficiente per renderla una divinità, tanto più che lei non aspira a divenire una divinità qualsiasi: vuole essere pari a Ra tanto in cielo quanto sulla terra. Sa che l’unica via per divenire una dea potente e signora della terra è la conoscenza del nome segreto, quello che soltanto Ra conosce.
Il dio è ormai vecchio. Come spesso accade nella mitologia egizia, gli dei non sono dotati di eterna giovinezza. Invecchiano, talvolta muoiono. Nel caso di Horus, figlio di Isis, talvolta sono riportati in vita, in altre situazioni, come avviene a Osiris, sono condannati a restare nell’altro mondo. Ma la morte, nel mondo egizio, non è mai definitiva – quanto meno, non lo è per coloro che sono giusti.
Dicevamo che Ra è vecchio e stanco. Mentre percorre il suo quotidiano tragitto sulla sua barca divina, salendo sul trono doppio dei due orizzonti, la sua saliva scende dalla bocca al suolo. Isis allora plasma la polvere con la saliva del dio in forma di serpente sacro, un rettile che non dà scampo a chiunque esso ferisca. La donna lascia poi il serpente lungo la strada che il dio percorre ogni giorno.
Non appena Ra passa per quella strada, mosso dal desiderio di vedere le cose che ha creato, il serpente sacro affonda i denti nella sua carne e immediatamente la fiamma della vita si separa dal dio. Il veleno lo possiede come fa il Nilo quando straripa sulla terra. Grida, Ra, e le sue grida raggiungono i cieli. Quando gli dei gli chiedono cosa sia accaduto, Ra non è in grado di rispondere. Le sue labbra tremano, la sua mandibola è scossa.snake ancient egypt
Alla fine riesce a parlare e rivela che la cosa che lo ha morso gli è ignota. Non è stata la sua mano a plasmarla, benché lui sia creatore di tutte le cose. Il suo cuore ignora la natura della bestia che lo ha morso, i suoi occhi non ne conoscono la natura.
È forse fuoco? È forse acqua? È ormai più freddo dell’acqua e più caldo del fuoco; le sue membra sono madide di sudore, il suo corpo è scosso da brividi, la sua vista è instabile. Non può levare lo sguardo al cielo, l’acqua si fa strada sul suo volto come nei giorni dell’Inondazione
Si fa portare allora gli dei, coloro che sono stati generati a partire dalle sue membra e che partecipano del suo essere, poiché conoscono incantesimi e parole di potere.
Insieme agli dei che si recano da Ra e si uniscono alle sue grida di lamento, giunge anche Isis e lo sollecita a rivelare il proprio nome. Colui che pronuncerà il proprio nome vivrà, gli dice.
Ra risponde che è creatore dei cieli e della terra, ha fatto increspare la terra perché si formassero le montagne, ha plasmato ogni cosa che è nel mondo. Ha fatto nascere le acque e i piaceri dell’amore. Ha creato i cieli, il Sole e la Luna, li ha infusi delle anime di due dei.
Quando apre gli occhi, giunge la luce; quando chiude gli occhi arriva l’oscurità. Dà comando perché le acque del Nilo si separano e il suo nome è ignoto agli dei. Ha creato le ore e i giorni, il fuoco della vita; Khepera al mattino, Ra nel momento culminante del giorno, Temu alla sera.
Queste parole però non sono sufficienti perché il veleno venga espulso dalle sue membra.
Insiste, Isis, che ha parlato, certo, ma non ha mai menzionato il suo vero nome. Ripete ancora che colui che dirà il proprio nome vivrà.
Il veleno incendia le membra di Ra, colmo di un calore più rovente di una fiamma. Il dio allora acconsente: il suo vero nome uscirà dal suo corpo ed entrerà nel corpo di Isis.
Isis allora libera Ra dal veleno, lasciando che scorra a terra. Il veleno ora muore e Ra vive.
In questo modo, Isis, grande signora e padrona tra gli dei, conquista la divinità ottenendo il nome nascosto di Ra. Il dio allora si nasconde agli altri dei lasciando vacante il trono della Barca di Milioni di Anni.Isis

In arrivo “La notte della Hyena”. Tra porti mediterranei, assassini e governatori corrotti

Oggi vi racconto un libro che non ho scritto io, ma che sono orgogliosa di avere curato come editor. L’attività dell’associazione I doni delle Muse procede con grande rapidità e il lavoro, soprattutto editoriale, sta crescendo ogni giorno di più. Sono molti i manoscritti che ci sono arrivati per la valutazione: diversi i contratti già firmati, qualche dubbio su alcuni romanzi, grandi certezze per altri. Ecco, il romanzo di Angelo Berti, “La notte della Hyena”, non ci ha lasciato dubbi: la prima lettura ci ha tenuti incollati al manoscritto dall’inizio alla fine.

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Titolo: La notte della Hyena
Autore: Angelo Berti
Editore: I Doni Delle Muse
ISBN: 978-88-909656-1-6
Pagine: 212
Prezzo: 12 euro

Difficile raccontarvi il genere di questo romanzo, autoconclusivo, che fa parte di un ciclo di tre episodi di prossima pubblicazione. La narrazione è ambientata in un periodo oscuro della storia dell’isola di Malta, il periodo bizantino precedente all’invasione dei Saraceni: un periodo di cui non si sa quasi nulla perché le testimonianze rimaste sono scarse e frammentarie. Pochissimo si sa della cultura maltese, della lingua, addirittura dei nomi delle città.  A partire da questi dati scarni, Angelo Berti ha costruito un mondo complesso e credibile, attingendo a fonti linguistiche di matrice maltese ed ellenica attraverso un lavoro di ricerca approfondito, con l’agilità propria di un buon autore di fantasy.

Queste sono le ragioni per cui posso presentarvelo come un romanzo fantasy di ambientazione mediterranea. Low fantasy, perché non parliamo di dame, cavalieri e buoni sentimenti. Parliamo di assassini, di un complesso sistema di gilde che controllano tutte le attività economiche del paese senza lasciare spazio all’iniziativa individuale, di relazioni umane deviate dalla volontà di vendetta e dalla brama di denaro. Il linguaggio è semplice, crudo, scorrevole. Non c’è spazio per un modo di vivere differente: violenza genera violenza e per Gallen, il protagonista, non si dà possibilità di salvezza. Il sistema politico corrotto che ha intrappolato Gallen, ancora bambino, nella sua rete non consente a nessuno la libertà.

Il nostro protagonista è un protagonista nel quale è difficile identificarsi perché è una Hyena, un necrofago, e non si riesce fino in fondo a considerarlo davvero un appartenente alla razza umana. Eppure, nonostante la sua miseria, ha tentato con tutte le proprie forze di opporsi a chi ha fatto di lui quello che è. Ma non può sfuggire al passato che grida a gran voce che è una Hyena, nient’altro che una Hyena e per lui non si dà riscatto.

Questo romanzo non è un romanzo facile. E’ un pugno nello stomaco. Nella sua apparente semplicità vi costringerà a pensare. Sono sicura che lo amerete quanto l’ho amato io. Buona lettura.

I DONI DELLE MUSE EDIZIONI – LA NOTTE DELLA HYENA

Sangue di Drago – in uscita il 31 marzo per I doni delle Muse!

Molte cose si narrano dei Draghi. I poeti cantano di come si siano formati tra le onde del mare infinito o nelle viscere roventi della terra, altri celebrano i loro occhi venefici, i loro cuori che recano potere e immortalità.
Ma questo non è tutto.
Tra l’oscurità dei tempi passati e la disillusione di mondi dove la magia non è altro che un lontano ricordo, si sviluppano le trame dei diciannove racconti di questa raccolta, selezionati tra le migliori voci del fantasy italiano, per restituirci nella sua complessità la figura di una delle creature fantastiche più amate di tutti i tempi (Serena Fiandro)

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Titolo: Sangue di Drago | Autore: AA.VV. | Editore: I Doni Delle Muse | ISBN: 978-88-909656-0-9 | Pagine: 226 | Prezzo: 12 euro

idonidellemuseedizioni.wordpress.com

“Il drago bianco” di Daniele Picciuti
“Il canto delle balene-drago” di Alessandro Renna
“Magia d’amore” di Fabiana Redivo
“Calinen il cacciatore” di Guido Colombo
“Rovesciato” di Marco Migliori
“L’ultima luna dell’inverno” di Dario de Judicibus
“Il drago della piana di Ares” di Lavinia Scolari
“Ormserkr” di Marco Albé
“Drianna e il drago” di Alexia Bianchini
“Senza macchia e senza paura” di Viviana Tenga
“Io e il cavaliere” di Marco Bertoli
“Un peccato antico” di Angelo Ficino
“Tempo di guerra” di Alberto De Stefano
“Il patto” di Elvio Ravasio
“Scuola di cucina” di Marco Gavio de Rubeis
“Come nasce una leggenda” di Alessandro Fusco
“Codarda” di Anna Gili
“Tutto così ebbe fine e tutto così ebbe inizio” di Angelo Berti
“L’ultimo dragoluce” di Demetrio Battaglia

Scrivere per i bambini. Semplificare senza banalizzare.

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E’ un periodo di lavoro intenso. Dall’inizio dell’anno ho già scritto diversi testi teatrali per bambini (oltre che per adulti), curato l’antologia Sangue di Drago (in uscita a fine marzo per l’Associazione Culturale I Doni Delle Muse) e scritto una riduzione di un classico medievale sempre indirizzata ai bambini, Beowulf.
Da un certo punto di vista, trovo che sia un sollievo lavorare sulla riduzione di testi antichi e sicuramente lo è scrivere per i bambini: costringe a rimettersi in discussione come scrittori, cercare in primo luogo la comprensibilità e la sintesi. Forse aiuta la distanza temporale, o più probabilmente la distanza a livello di contenuti, mi consente di lasciare il significato dei testi del tutto inalterato, senza essere costretta alla banalizzazione alla quale assistiamo quotidianamente attraverso una divulgazione di pessima qualità.
Credo che i bambini, sottoposti ogni giorno a un martellamento di dati banali e privi di contenuto, abbiano un particolare bisogno di narrativa di qualità, di teatro, di musica, di arte. C’è bisogno di qualcosa che vada a contrastare l’effetto deleterio di un mondo che non privilegia affatto il pensiero, l’individualità e la capacità di distinguere il vero dal falso ma, anzi, cospira a creare individui tutti identici orientati al mero consumo e alla fruizione priva di discernimento frutto dell’intrattenimento dato dalla televisione e da altri canali di pari livello.
Mi sembra che all’istituzione scolastica spesso manchi l’energia per stimolare i bambini nella giusta direzione, la direzione che li renderà un giorno persone libere, autonome e capaci di elaborare un pensiero proprio strutturato in forma logica.
Credo che riproporre testi classici, epurati di tutto ciò che li rende di difficile lettura (l’elenco infinito di patronimici, lunghe descrizioni, digressioni che non portano avanti la storia), possa essere un modo ottimale per stimolare la curiosità dei bambini e portarli a concepire la realtà e il mondo che li circonda con occhi diversi, senza però togliere loro l’incantamento e la fascinazione che dovrebbero essere propri dell’età infantile – e che invece la nostra cultura ha sottratto loro.
Il teatro può avere una funzione simile, a patto che non sia un teatro fatto di compromessi mirato esclusivamente a intrattenere.
Per questo rifuggo ogni forma di scrittura che sia di mero svago per cercare qualcosa che, senza avere uno scopo prettamente didascalico, miri a restituire un’idea di bellezza che forse è ormai perduta, per suscitare la nostalgia e il desiderio di un mondo migliore. E’ un percorso lungo, ma che importa? Credo che altre vie non ci possano essere. Per questo abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti, perché migliorare la vita dei bambini significa dare la possibilità di un futuro alla nostra civiltà, restare dove siamo ora invece può portare solo a una maggiore decadenza.

BEOWULF E IL DRAGO. Elementi mistici e cristiani

BEOWULF E IL DRAGO. ELEMENTI MISTICI E CRISTIANI

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Sto lavorando in questo periodo a una versione in prosa per ragazzi del poema germanico Beowulf. Trovate qui la pagina dedicata a questa edizione del testo. Sono molto grata di avere questa opportunità, dal momento che tutta la mia scrittura presenta un forte debito nei confronti della letteratura germanica medievale, tra le mie primissime letture infantili. Vorrei condividere con voi qualche riflessione che lo studio del poema mi sta suscitando, in particolare la parte sulla quale ho lavorato in questi giorni: la lotta fatala tra Beowulf e il drago.

Quello che più colpisce nella lettura dell’episodio è il senso di profonda inutilità di questa azione. Beowulf si avvia alla lotta nella consapevolezza che questa sarà la sua ultima battaglia. Non è per ricavare un’utilità per sé che Beowulf si sacrifica nella lotta contro il drago, ma nella consapevolezza dello stringersi dei nodi del destino. È un elemento tipico della cultura germanica medievale: la consapevolezza della fine. L’eterno inverno arriverà e avvolgerà tutto nel suo gelo il giorno in cui il sole e la luna verranno divorati e il serpente del mondo che dimora negli abissi si libererà sconvolgendo gli equilibri della terra. È un mondo che celebra la propria morte annunciata ed è consapevole di avviarsi verso la fine.

La cultura germanica nei propri poemi epici canta la propria fine imminente: il cristianesimo, presente in modo molto evidente in tutte le narrazioni che ci sono rimaste dal medioevo, sta per inglobare in sé tutto ciò che resta delle antiche tradizioni di questi popoli. Il cristianesimo è un elemento fortissimo in tutto il poema. Nella mia riduzione ho preferito eliminare i riferimenti espliciti per dare più forza a quelli impliciti e simbolici: Beowulf è evidente figura di Cristo che si sacrifica per il bene dell’umanità, muovendosi contro una forza in grado di sconfiggerla. Anche la donna vestita di sole dell’Apocalisse di Giovanni calpesta il serpente, ma questi le insidia il calcagno: la duplice morte dell’eroe e del mostro è chiaro riferimento a questa immagine, molto diffusa nel periodo medievale.

C’è amarezza in Beowulf, consapevolezza del tradimento e della propria natura sovrumana, unica che può innalzarsi contro il nemico. Ma anche la sua spada si spezzerà nel momento di maggiore pericolo, una spada certo potente, ma inadatta per essere maneggiata da mani non umane contro un nemico non umano. Nel momento dello scontro, Beowulf rivela la propria natura mostruosa, simile a quella del suo nemico.

Anche il tesoro del drago suscita riflessioni. Come il drago di Fedro è simbolo dell’avarizia in quanto custodisce un tesoro di cui non se ne fa nulla, allo stesso modo il drago-demone di Beowulf è custode di un tesoro tutto sommato inutile: inutile perché non corrisponde agli schemi di utilità di questo mondo. La ragione è presto chiarita: il senso del tesoro è da collocarsi nel tesoro stesso, non altrove. È evidente il significato mistico e non materiale: si tratta di un bene, non comparabile con nessun altro bene terreno, di cui il Nemico si è impadronito. Un tesoro antico, dal valore incommensurabile. Il drago lo custodisce e non se ne fa nulla perché non se ne può fare nulla: l’oro del tesoro è valore in sé, tesoro spirituale e non materiale. Prima di morire Beowulf chiederà che gli venga mostrato il tesoro perché i suoi occhi possano riempirsi un’ultima volta di una simile bellezza sovrannaturale. Il tesoro di Beowulf è l’elemento del divino che si palesa nel mondo e solo attraverso il sacrificio della vita può essere conquistato, per poi essere perduto per sempre, secondo uno schema simbolico di cui più avanti si impadronirà il romanzo arturiano: anche il Graal, portatore di morte per coloro che sono indegni, non è fatto per restare in questo mondo.

Liberare il respiro

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Vi dirò qualcosa che per alcuni di voi avrà lo stesso valore della scoperta dell’acqua calda: ho scoperto in questo periodo il profondo legame tra liberare la schiena e liberare il respiro, e di conseguenza liberare il suono. Certo, avevo avuto sentore, puramente teorico o a sprazzi, di questa relazione, ma mai prima d’ora l’avevo sperimentata in modo così continuativo ed evidente.

Alcuni diranno: hai ragione, Serena, hai scoperto l’acqua calda. Ma, in soldoni, come si trova questa libertà? Che tipo di lavoro bisogna fare per conquistarla? Perché finché se ne parla ma non la si sperimenta sono solo parole. Un po’ come imparare ad andare in bicicletta: o lo sai fare o non lo sai fare, nessuna scorciatoia.

La risposta non è delle più incoraggianti. Io ho impiegato anni di lavoro quotidiano per liberare la mia schiena dalle tensioni, conquistare una maggiore verticalità e trovare una buona simmetria tra destra e sinistra, elemento indispensabile per evitare che una corda vocale prevarichi sull’altra, che una spalla sia più alta dell’altra, che si manifestino tensioni compensatorie.

Lavorare direttamente sul respiro è controproducente. Tutti quelli che lo fanno senza avere lavorato in modo adeguato per lungo tempo sulla schiena e sull’eliminazione di tutte le tensioni presenti nella cintura addominale lo sanno bene: il respiro si blocca, la colonna d’aria trova dei momenti di interruzione e ci si ritrova in una condizione di tensione e di ansietà. Il respiro non si lascia osservare con facilità, la tendenza a manipolarlo è troppo presente. E’ come se l’idea di lasciare andare, di lasciare essere un elemento così estraneo al nostro agire volontario fosse qualcosa troppo difficile da tollerare per noi.

Credo che in questo si collochi la difficoltà: in un certo senso, la maggior parte di noi trova nella tensione e nella difficoltà un’autoaffermazione del proprio ego. Se raggiungere un obiettivo è qualcosa di facile, immediato, che non richiede sforzo (come dovrebbe avvenire in qualsiasi pratica artistica dopo un adeguato periodo di apprendistato) ci sentiamo sminuiti nel nostro io, che richiede un’autoaffermazione. Il respiro che nasce dall’assoluto autocontrollo è un’affermazione di questa scelta di tensione.

Non è l’unica via. Vi è una via che passa attraverso la libertà e non attraverso lo sforzo. Si può arrivare nella condizione in cui tutto è possibile (e il suono si manifesta come un tutto di possibilità che si lascia plasmare docilmente dalla nostra volontà artistica, diviene trasparente al nostro essere) e si può agire quasi dall’esterno, senza che nessuna parte del corpo interferisca con la nostra libertà. E allora nulla ha più importanza, solo il puro respirare, il puro cantare, il puro essere. Tra respirare e cantare non vi è più soluzione di continuità.

Come si ottiene? Infinita pazienza. Lavoro sulla simmetria, sull’ascolto della parte destra e della parte sinistra, lavoro sulla schiena, scioglimento della tensione addominale, scioglimento della tensione tra le vertebre. Ogni giorno, senza sperare di ottenere qualcosa in particolare, nella dedizione soltanto al lavoro. Perché già la speranza e il desiderio sono affermazioni di un’individualità che tende, che contrae. Forse l’attitudine giusta è quella della fede, ma fede in che cosa per chi, come me, non crede che vi sia altro oltre la possibilità di uno sviluppo indefinito della sensibilità e della capacità di percezione e intuizione?

Respirare bene è più un lasciarsi fare che un agire. La nostra schiena e il nostro diaframma lo sanno fare meglio di qualsiasi azione cosciente. Questo può significare lasciare andare la morsa stringente dell’individualità, accettare ciò che vi è di universale nel nostro corpo? Credo di sì. Significa togliersi la responsabilità del proprio cantare e del proprio respirare, per lasciare che se ne prenda carico la parte migliore di noi. Una parte che già alla nascita sa esattamente cosa deve fare. A noi la scelta, se accettare la sfida o accontentarci di una vita artistica mediocre. Ne sono stata spaventata per anni, ora non lo sono più. Perché sentirsi respirare, sentire la totale libertà del proprio corpo è uno sperimentare una condizione che io considero primaria dell’essere umano. Il punto zero da cui si può sviluppare una pratica artistica molto migliore di quella che posso creare grazie solo ai miei sforzi.

E no, non è il punto d’arrivo. E’ solo il punto di partenza per qualcosa che per ora posso solo immaginare.

Canti di corte e di taverna stasera a Milano

Canti di corte e di taverna stasera a Milano

Questa sera vi aspettiamo a partire dalle 21 presso la sede dell’associazione culturale Naviglio Piccolo in Viale Monza 140, a Milano.
Eseguiremo repertorio popolare e medievale su strumenti antichi e folk.
Ecco la nostra formazione di stasera:

Serena Fiandro voce, flauti a becco, flauti di corno, bladderpipe
Andrea Tuffanelli saz, cornamusa
Sho Nakanishi chitarra
Abramo Paroli percussioni

http://www.lvcvs.net