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Liberare il respiro

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Vi dirò qualcosa che per alcuni di voi avrà lo stesso valore della scoperta dell’acqua calda: ho scoperto in questo periodo il profondo legame tra liberare la schiena e liberare il respiro, e di conseguenza liberare il suono. Certo, avevo avuto sentore, puramente teorico o a sprazzi, di questa relazione, ma mai prima d’ora l’avevo sperimentata in modo così continuativo ed evidente.

Alcuni diranno: hai ragione, Serena, hai scoperto l’acqua calda. Ma, in soldoni, come si trova questa libertà? Che tipo di lavoro bisogna fare per conquistarla? Perché finché se ne parla ma non la si sperimenta sono solo parole. Un po’ come imparare ad andare in bicicletta: o lo sai fare o non lo sai fare, nessuna scorciatoia.

La risposta non è delle più incoraggianti. Io ho impiegato anni di lavoro quotidiano per liberare la mia schiena dalle tensioni, conquistare una maggiore verticalità e trovare una buona simmetria tra destra e sinistra, elemento indispensabile per evitare che una corda vocale prevarichi sull’altra, che una spalla sia più alta dell’altra, che si manifestino tensioni compensatorie.

Lavorare direttamente sul respiro è controproducente. Tutti quelli che lo fanno senza avere lavorato in modo adeguato per lungo tempo sulla schiena e sull’eliminazione di tutte le tensioni presenti nella cintura addominale lo sanno bene: il respiro si blocca, la colonna d’aria trova dei momenti di interruzione e ci si ritrova in una condizione di tensione e di ansietà. Il respiro non si lascia osservare con facilità, la tendenza a manipolarlo è troppo presente. E’ come se l’idea di lasciare andare, di lasciare essere un elemento così estraneo al nostro agire volontario fosse qualcosa troppo difficile da tollerare per noi.

Credo che in questo si collochi la difficoltà: in un certo senso, la maggior parte di noi trova nella tensione e nella difficoltà un’autoaffermazione del proprio ego. Se raggiungere un obiettivo è qualcosa di facile, immediato, che non richiede sforzo (come dovrebbe avvenire in qualsiasi pratica artistica dopo un adeguato periodo di apprendistato) ci sentiamo sminuiti nel nostro io, che richiede un’autoaffermazione. Il respiro che nasce dall’assoluto autocontrollo è un’affermazione di questa scelta di tensione.

Non è l’unica via. Vi è una via che passa attraverso la libertà e non attraverso lo sforzo. Si può arrivare nella condizione in cui tutto è possibile (e il suono si manifesta come un tutto di possibilità che si lascia plasmare docilmente dalla nostra volontà artistica, diviene trasparente al nostro essere) e si può agire quasi dall’esterno, senza che nessuna parte del corpo interferisca con la nostra libertà. E allora nulla ha più importanza, solo il puro respirare, il puro cantare, il puro essere. Tra respirare e cantare non vi è più soluzione di continuità.

Come si ottiene? Infinita pazienza. Lavoro sulla simmetria, sull’ascolto della parte destra e della parte sinistra, lavoro sulla schiena, scioglimento della tensione addominale, scioglimento della tensione tra le vertebre. Ogni giorno, senza sperare di ottenere qualcosa in particolare, nella dedizione soltanto al lavoro. Perché già la speranza e il desiderio sono affermazioni di un’individualità che tende, che contrae. Forse l’attitudine giusta è quella della fede, ma fede in che cosa per chi, come me, non crede che vi sia altro oltre la possibilità di uno sviluppo indefinito della sensibilità e della capacità di percezione e intuizione?

Respirare bene è più un lasciarsi fare che un agire. La nostra schiena e il nostro diaframma lo sanno fare meglio di qualsiasi azione cosciente. Questo può significare lasciare andare la morsa stringente dell’individualità, accettare ciò che vi è di universale nel nostro corpo? Credo di sì. Significa togliersi la responsabilità del proprio cantare e del proprio respirare, per lasciare che se ne prenda carico la parte migliore di noi. Una parte che già alla nascita sa esattamente cosa deve fare. A noi la scelta, se accettare la sfida o accontentarci di una vita artistica mediocre. Ne sono stata spaventata per anni, ora non lo sono più. Perché sentirsi respirare, sentire la totale libertà del proprio corpo è uno sperimentare una condizione che io considero primaria dell’essere umano. Il punto zero da cui si può sviluppare una pratica artistica molto migliore di quella che posso creare grazie solo ai miei sforzi.

E no, non è il punto d’arrivo. E’ solo il punto di partenza per qualcosa che per ora posso solo immaginare.

Cosa mangiare prima di salire sul palco?

E’ una domanda che mi viene spesso rivolta dai miei allievi, tanto dai cantanti quanto dagli attori: esistono alimenti in grado di migliorare le prestazioni vocali? Ci sono alimenti proibiti?

Chi lavora con me sa che io considero il lavoro vocale un lavoro prettamente fisico e, in quanto tale, tutte le problematiche della voce vanno risolte in primo luogo lavorando sul corpo. Questo significa: lavoro sul respiro, gestione dello stress, abitudini di vita sane e a letto presto la sera. Ovviamente, evitare fumo, locali rumorosi  e abuso della voce. Mica facile, cosa ne dite?

L’unica sostanza veramente miracolosa per la voce è l’acqua. Un’idratazione costante cura i più piccoli e grandi problemi: mucose irritate, fastidi, inappropriati sforzi vocali nei giorni precedenti la performance. Questo significa anche tre litri d’acqua al giorno nei giorni precedenti lo spettacolo.

Altre bevande, vanno evitate: l’alcol in primis. Le motivazioni sono varie: disidrata le corde vocali e rende meno presente la percezione dello scorretto uso della voce, senza considerare che può agevolare l’insorgere di irritazioni e piccoli edemi. Bibite gassate e succhi di frutta: da evitare come la peste, perché possono portare reflusso (e l’aumento di acidità a livello delle corde vocali è un disastro). Ancora da evitare: sicuramente i cibi troppo pesanti, troppo conditi, frutta (in particolare agrumi) e cibi piccanti nelle ore precedenti uno spettacolo.

Cosa mangiare invece? Carboidrati complessi (no dolci!) e proteine (magari non due panini con salamella come ho fatto io giovedì scorso), come prima di andare in palestra, almeno un paio d’ore prima. A volte, quando si viaggia, possono essere utili le barrette proteiche. Evitare di salire sul palco a digiuno, è sicuramente controproducente per la performance perché diminuisce la capacità di concentrazione e non favorisce la corretta tensione muscolare.

In casi di stanchezza fisica e mentale eccessiva possono essere utili 3/4 grammi di creatina e un po’ di magnesio.

Per il resto, l’unica cosa che ci può garantire una buona performance è solo il lavoro che c’è stato dietro, lo studio individuale e il fatto di portare in scena uno spettacolo adeguato alle nostre capacità vocali attuali. Buon divertimento!