La mano e l’intelletto. La formazione del pittore rinascimentale

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C’è un momento misterioso e difficile da comprendere, nella pittura e nel disegno: il primo passaggio, quello in cui dal nulla indifferenziato della carta o della tavola iniziano a emergere forme e ombre, prima esistenti soltanto nella mente. In particolare, la formazione delle ombre, l’attimo in cui il disegno inizia ad avere senso, ad assomigliare alla figura di riferimento.
Quando è presente un problema legato all’immaginazione, questa è una fase difficile, in cui succede di bloccarsi. Qui per “immaginazione” non intendo il volo libero e sfrenato della fantasia, ma la capacità di creare immagini mentali chiare e precise, vedere nel bianco il lavoro finito. La prima fase, naturalmente, non è definitiva. È solo l’inizio. Ci sarà tempo per correggere, per cambiare, per modificare. Ma quanto più la mente è consapevole di quello che sta facendo, comprende cosa la mano sta facendo, tanto migliore sarà il risultato finale e soprattutto, tanto più sarà facile. Mai sottovalutare la facilità, in un mondo in cui sembra che le sole cose di valore siano quelle difficili, sofferte, sudate. Le prime linee e le prime ombre devono essere leggere, evanescenti, così come leggera deve essere la nostra mente; possono mutare e mutare ancora.
Questo passaggio iniziale per me è un mistero. Non comprendo come da un insieme informe di luci e ombre possa poi emergere qualcosa di senso compiuto. Come l’immaginazione possa guidare la mano e creare qualcosa che prima non esisteva. Però so che funziona. Se seguo il disegno con attenzione e precisione, attraverso molti strati e molti passaggi, emergerà la figura. È un processo in cui la ragione ha un ruolo maggiore dell’istinto. L’istinto vorrebbe colorare subito, ben prima di avere visualizzato e compreso; vorrebbe guidare la mano verso segni più decisi, pesanti, definitivi. L’istinto vorrebbe una maggiore velocità.
Per fare questo lavoro, l’istinto deve essere tenuto a freno. Bisogna rallentare, fermarsi, guardare spesso. E fidarsi del processo – fidarsi del fatto che funzionerà. Che seguendo sempre lo stesso procedimento, da un punto A si raggiungerà inevitabilmente un punto B. Non ci sono scorciatoie.uomo vitruviano leonardoIl processo della creazione artistica è stato oggetto di molta speculazione a partire dal Rinascimento. Parlo del Rinascimento perché è una delle epoche che più amo, dal punto di vista artistico e filosofico, a tal punto da avere concentrato i miei studi universitari specificamente sul pensiero del Rinascimento italiano.
Amo leggere i testi filosofici e la letteratura, ma anche i trattati sulla pittura, da cui ricavo ispirazione e nuove idee. Ultimamente mi sono dedicata alla lettura di un testo molto bello, il De Pictura di Leon Battista Alberti, scritto in latino e poi volgarizzato dallo stesso autore. Il terzo libro è interamente dedicato alla formazione del pittore, allo studio tecnico e ai consigli per migliorare la propria competenza. Un passaggio in particolare mi ha colpita. Mai si deve prendere in mano lo stilo o il pennello senza che la mente abbia ben costruito in se stessa quello che deve andare a fare e in che modo, scrive in modo categorico l’autore. Ben più facile è emendare gli errori con la mente che toglierli via dal dipinto. Quando si avrà acquisito l’abitudine di non iniziare il lavoro prima di avere messo in ordine ogni elemento nella propria mente, la pittura sarà incredibilmente veloce: l’ingegno mosso e riscaldato per essercitazione molto si rende pronto ed espedito al lavoro; e quella mano seguita velocissimo, quale sia da certa ragione d’ingegno ben guidata
L’artefice pigro è lento e timoroso nel tentativo di dipingere quelle cose che non sono chiare e conosciute nella sua mente. Avanza come un cieco usando il pennello come una bacchetta tastando l’una e l’altra via, avvolto nelle tenebre dell’errore. Serve un ingegno scorgidore, ben erudito, prima di mettersi all’opera.

Credo sia strano, per chi non è abituato alla complessità del pensiero rinascimentale, vedere quanta razionalizzazione sia presente dietro ogni aspetto dell’arte, che sia la musica, la danza o, per l’appunto, la pittura. Ogni aspetto dell’arte della pittura viene analizzato, sviscerato, studiato, compreso nei minimi dettagli. Il processo di apprendimento è semplice, diretto; lascia scarso spazio ai voli della fantasia. Un metodo che prevede prima l’apprendimento di tutti gli elementi di base, poi le cose più complesse in modo armonico e graduale. Questa aderenza alla realtà, il prevalere del metodo sull’istinto, è ciò che ha consentito ai pittori rinascimentali di creare opere immortali.
Leon Battista Alberti non nega la componente istintiva, ma ne nega il ruolo centrale e determinante. Rifiuta il fatto che possa trattarsi di un metodo valido per un vero artefice. Non può essere la mano a guidare il lavoro. La mano di per sé, non educata dall’intelletto e da una chiara visione del lavoro finito, è soggetta a errore. Anche l’intelletto è soggetto a errore, certamente, ma correggere l’errore nella mente è un’operazione molto più veloce e semplice che non farlo una volta che il lavoro è stato portato su una superficie, che può essere l’intonaco di un affresco, un foglio di carta, un pannello, una tela.
Leon Battista Alberti, umanista e architetto, ci spiega in sostanza che il lavoro finito deve essere già presente nella nostra mente, chiaro nella nostra facoltà immaginativa, compreso nella sua interezza. Deve essere un soggetto conosciuto, non soltanto esperito esternamente. Non sono sufficienti i sensi, nel lavoro del pittore: prima di ogni altra cosa, viene la mente che tutto conosce e tutto comprende.
Non si deve dimenticare che l’arte è una delle tante espressioni dell’umanesimo – ed essere umanisti significa occupare il ruolo centrale di comprensione dell’universo, di visione d’insieme, di conoscenza filosofica dati dalla massima esaltazione delle più alte facoltà umane. Il vero pittore è umanista. Infatti il pittore rinascimentale di rado si dedica a un’unica arte: troviamo pittori che sono anche filosofi, architetti, scultori, poeti, matematici e quant’altro. Il principio è che come è una la struttura del cosmo nella sua molteplicità, allo stesso una è la mente umana, in grado di compiere le imprese più straordinarie, da dipingere la Cappella Sistina a costruire complesse macchine da guerra o a studiare i segreti dell’universo.
La mano, l’istintività, l’aspetto emotivo non vengono negati, vengono soltanto ridimensionati. Quanto è più veloce la mano guidata da un intelletto sicuro, scrive Leon Battista Alberti. La padronanza del progetto è ciò che consente alla mano di affidarsi a qualcosa che di per sé non le appartiene: la conoscenza sicura della cosa rappresentata.
L’arte è qualcosa di più alto della semplice mimesi della natura. Parte dall’osservazione della realtà, dal necessario rapporto con i sensi, ma si eleva, diviene ideale, prodotto della mente. Nell’attività di pittura, l’artefice diviene un dio. Questa è la ragione, scrive Alberti, per cui il pittore è così tanto venerato. La pittura, come comprenderanno fin troppo bene i teologi controriformisti, è immediata, semplice, comprensibile sia al dotto che all’illetterato. Questo perché non è mera copia della natura, ma imitazione dei processi creativi della natura attraverso la mediazione dell’intelletto.
Il lavoro del pittore, dice Alberti, non deve necessariamente essere qualcosa di difficile, da realizzare tramite una grande fatica. Alberti non crede in questo. Deve essere soprattutto un lavoro portato avanti con razionalità, con metodo. Il pittore rinascimentale, più che all’istinto, si affida al processo. Alla conoscenza trasmessa da generazioni in merito alla composizione del colore, alla capacità di disegnare in modo realistico e fedele grazie al supporto della griglia (Alberti lo chiama velo), allo studio della composizione che deriva dalla conoscenza del soggetto da rappresentare. L’arte rinascimentale è razionale comprensione del processo che porta la pittura dall’ideazione alla consegna al cliente che ha commissionato l’opera. Tecnica, artificio e processo sfumano nella pura ispirazione nel momento in cui prendono vita e colore. Il momento in cui la mano è in grado di lavorare da sola, guidata dalla potenza dell’immaginazione e dalla totale comprensione dell’intelletto. Questo si ottiene attraverso lo studio, l’esercizio, il lavoro tecnico, ma anche attraverso un’educazione dell’intelletto a vedere quello che ancora non esiste, mosso dall’idea di base della centralità dell’essere umano nel cosmo – e ancora di più dalla centralità dell’umanista-pittore che ha realizzato tutto il potenziale umano ed è ora in grado di dare forma all’invisibile della mente.

 

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About serena fiandro

Since my childhood, I loved early music, theater, art, history, mythology, philosophy, and fantasy fiction. After I got a degree in philosopy, I created with Andrea Tuffanelli the early-music ensemble Lilium Aeris. During those thirteen years of activity, we published medieval and Renaissance music albums and performed both concerts and plays that I wrote and directed. In the meantime, I wrote and published several books: fantasy fiction, non fiction, mythology, and illustrated editions of classics. I worked as an editor for I Doni delle Muse, conducting an intense didactic schedule about myths and history in schools and libraries. Two years ago, I began drawing and painting, choosing to publish my works with the pseudonym Marzia Varrone: the name of a 1st-century artist whose works are lost. Just her name and a scarce biographical note remained thanks to Pliny the Elder, repeated later by Giovanni Boccaccio and Vasari. Now, I’m working on two main projects with Andrea: Ars Aeterna, dedicated to the fine arts and early and folk music, and Historical Italian Cooking, devoted to the study of the ancient cuisine through videos, articles, and books. Currently, I live in Italy between Milan’s countryside and the hills of Montefeltro, a place full of history and scattered with ancient castles in the middle of nature.

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