Archive | novembre 2018

Il mostro come alter ego dell’eroe mitico

Carissimi, in occasione dell’inaugurazione di una mostra alla quale abbiamo lavorato per davvero molto tempo, dedicata a mostri, eroi e mutaforme nella mitologia (onestamente, una delle cose più belle e soddisfacenti tra le tante cose splendide fatte nel corso degli anni dalla nostra associazione), desidero condividere con voi alcune riflessioni su uno degli aspetti meno compresi e più affascinanti del mito: la figura del mostro e la sua relazione con il suo alter ego, l’eroe.

DSC_0058DSC_0066DSC_0046

Nelle mitologie ritroviamo varie tipologie di mostri: creature ibride umane per metà, animali spaventosi, mutaforme, esseri serpentiformi del tutto irrazionali e portatori di caos. Quello che resta costante nel corso del tempo, in realtà, è la funzione del mostro stesso, sempre in relazione con un eroe.
Credo non sia possibile comprendere appieno il mostro senza comprendere anche la sua controparte.
L’eroe del mito è raramente il cavaliere senza macchia e senza paura che si è affermato nel corso del tempo. Non è necessariamente giovane, non è necessariamente bello, né tanto meno necessariamente buono. Di solito, ha caratteristiche semidivine, il che implica una forza straordinaria, astuzia e abilità a elaborare stratagemmi atti a ingannare, o comunque capacità che lo distinguono da tutti gli altri. Anche un eroe come Beowulf, che non è di origine divina, è comunque presentato come l’eroe più forte del mondo – sono tutti gli eroi più forti del mondo, naturalmente, è nella loro natura. Per sconfiggere il drago, Beowulf diviene lui stesso un mostro, dotato della medesima bestialità.
Odisseo è forte, certamente, ma la sua abilità principale è ingannare e manipolare, anche a un livello che viene ritenuto dagli altri terribile. L’eroe si erge contro l’ira degli dei, li sfida, talvolta li sconfigge. Sopravvive a ogni costo e se non sopravvive trascina i suoi carnefici con sé.
Gilgamesh, in parte dio, è un tiranno violento che gli dei decidono di deporre inviandogli Enkidu, una creatura dall’aspetto umano ma in realtà del tutto bestiale, per sconfiggerlo, l’unico a essergli pari per forza. Ma Enkidu e Gilgamesh divengono amici e alleati.
Eracle deve compiere le sue famose fatiche a causa di un insensato atto di violenza contro la sua famiglia, una punizione autoinflitta (vendersi come schiavo) per compensare il male che ha compiuto. Ma la sua natura si è manifestata dall’infanzia, quando ha strangolato appena nato dei serpenti che si sono avvicinati alla sua culla e ha ucciso il proprio maestro di kithara rompendogli la testa con lo strumento. Questo non impedisce tuttavia al semidio Eracle di conquistare, al termine delle sue avventure, lo status di immortale.
Medea, alla quale fa da specchio l’eroina norrena Guðrún, imparentata con il Sole, uccide i propri figli come vendetta del tutto a sangue freddo contro il tradimento dello sposo Giasone, per poi allontanarsi sul carro del Sole – e non perdendo quindi la sua condizione divina a causa dell’atto di estrema violenza.
Questi sono solo alcuni degli eroi della mitologia, ma la stessa analisi si può applicare a molti altri.

DSC_0026
Quello che voglio fare notare è che spesso per sconfiggere il mostro è necessario un altro mostro. L’eroe è in grado di uccidere il mostro perché ne condivide in parte la natura, il modo di essere. Comprende la bestialità perché lui stesso non è del tutto umano – e spesso la natura divina questo significa.
Così come gli eroi sono spesso mostruosi, ritroviamo che i mostri hanno spesso caratteristiche umane – talvolta deformate, inquietanti, rese estreme.
Molti mostri sono ibridi. Il terribile Minotauro, nato dalla regina Pasifae e dal bianco toro inviato da Poseidone che tuttavia il suo sposo ha rifiutato di sacrificare, ha un corpo umano, ma la sua testa è bestiale. Il toro, come del resto il cinghiale, nel mondo greco rappresenta spesso la bestia terribile, impossibile da sconfiggere, del tutto irrazionale e dannosa ben oltre le sue caratteristiche naturali. Questo perché il toro è soprattutto l’animale sacro, l’estensione dell’ira di un dio. Non è mai soltanto una bestia, è rabbia incarnata, segno di violenza (la stessa violenza che abbiamo visto il semidio eroico rappresenta).
Troviamo casi in cui l’eroe diviene mostro mutando forma. Nella Saga dei Volsunghi, Sigmundr e
Sinfjötli, eroi della discendenza di Óðinn, trovano delle pelli di lupo e le indossano, divenendo loro stessi lupi assetati di sangue che dimenticano l’affetto e il legame di parentela arrivando a rivolgersi l’uno contro l’altro. Non possono togliere la pelle se non dopo che sia trascorso un certo periodo di tempo e l’unica soluzione è quella di bruciare le pelli, maledicendo il giorno in cui le hanno trovate.
Sempre nella Saga dei Volsunghi scopriamo che uno dei draghi più noti della letteratura,
Fáfnir, non è sempre stato un mostro, ma è un essere umano che è divenuto tale a causa della sua stessa avidità.

Mostra 17-11-2018

Ci sono naturalmente infinite riflessioni che si possono fare riguardo alla relazione tra mostro ed eroe, ma ritengo che in molti casi siano applicabili le considerazioni che ho qui esposto. Per ulteriori spunti, vi invito a leggere i nostri libri, in particolare Mostri ed eroi della mitologia greca e La Saga dei Volsunghi, di recente pubblicazione per I Doni delle Muse, le cui illustrazioni interne e le copertine sono attualmente esposte presso Villa Visconti d’Aragona di Sesto San Giovanni (MI), in via Dante 6, fino al 1 dicembre. Troverete raffigurazioni di mostri ed eroi dal mondo greco alla mitologia norrena, fino ad arrivare all’Italia del Seicento con il mondo fantastico creato da Basile. Qui trovate ulteriori informazioni sulla mostra. 

Passate a trovarci!