Archive | febbraio 2016

Scrittura e denaro

Il rapporto tra la scrittura e il denaro è un rapporto problematico, per quanto nella maggior parte dei casi resti puramente teorico. Sono sempre rimasta perplessa di fronte alla constatazione che, per quanto il denaro rappresenti un valore assoluto per la nostra società, un valore aprioristico che non ha necessità di essere giustificato, questo non valga nei confronti di un qualsiasi tipo di attività artistica. L’arte, che in quanto tale deve essere pura e incontaminata, non può avere nessun rapporto con una cosa triviale come la sopravvivenza materiale. Questa è anche la giustificazione adottata – e curiosamente considerata corretta da troppi – per non pagare artisti, musicisti, attori, scrittori. Non si deve fare arte per soldi, ma per esprimere se stessi: come se l’artista non avesse bisogno di mangiare come chiunque altro.

La verità è che la gente tende a nutrire un forte sospetto nei confronti di chi si guadagna da vivere scrivendo (o svolgendo un qualsiasi tipo di attività artistica): come è possibile che qualcuno sia in grado di lavorare davvero con qualcosa di intimo e personale come l’arte senza diventare un mestierante e svendersi?

Ci sono naturalmente degli errori in questa domanda che ho espresso. In primo luogo, per quanto la scrittura e l’arte siano strettamente connesse all’interiorità dell’artista e dello scrittore, acquistano significato nel contatto con il pubblico, ovvero comunicando con l’interiorità di altre persone. È fondamentale che quello che inizia come un’esigenza personale divenga l’espressione di un’esigenza collettiva – anche di una piccolissima collettività, qui non si parla di massa. Ciò che rimane dentro non è espressione artistica: per essere tale, deve essere comunicabile. E la comunicabilità richiede tecniche base di espressione: la conoscenza della lingua, l’abilità espressiva e quant’altro.

Il secondo errore è pensare che una continuità nella produttività sia qualcosa che riduce l’espressione artistica a “mestiere”. Tutto ciò nasce da una parte dall’inganno puramente romantico dell’arte come espressione tormentata di una genialità che costituisce un momento eccezionale nella vita dell’artista e che, in quanto tale, non può che esprimersi a sprazzi. Dall’altro, questo mito è alimentato da un’effettiva difficoltà: la maggior parte della gente semplicemente non è in grado di essere produttiva, a un alto livello, in modo continuativo. Da questo l’incredulità nei confronti di chi invece ha sviluppato un sistema e una tecnica in grado di supportare una creatività costante, presente nel lavoro quotidiano.

Il punto è che in un mondo di ciechi risulta difficile credere nell’esistenza di un universo visibile esterno: allo stesso modo, in un mondo di persone dalla creatività non sviluppata o bloccata, appare impensabile che la creatività sia, in realtà, un patrimonio potenzialmente inesauribile di possibilità che si manifestano nel lavoro di tutti i giorni, non nel contesto eccezionale di un momento di cosiddetta ispirazione.

Dico cosiddetta in quanto ritengo che l’ispirazione non sia affatto né una casualità né qualcosa di misterioso e inesplicabile, ma possa diventare metodo di lavoro. È del tutto possibile essere ispirati sempre, indipendentemente dallo stato d’animo: trovare un’inesauribile fonte di buone idee e apprendere a metterle in pratica tramite un lavoro metodico e lo sviluppo di una tecnica adeguata alle proprie esigenze espressive.

C’è chi trova arida l’idea di una tecnica della creatività. Io credo che sia perché non conosce l’ebbrezza di un lavoro di mesi in cui non si perde per un istante la motivazione e in cui ogni giorno restituisce nuovo nutrimento, nuove fonti di ispirazione. Non è facile trovare la via, si possono impiegare molti anni di duro lavoro, ma è possibile per chi lavora con ostinazione e pertinacia, senza arrendersi. In fondo, cos’altro è il talento se non l’umiltà di imparare ogni giorno per migliorarsi?

Per la maggior parte delle persone che scrivono in realtà il problema del rapporto con il denaro non si pone: si vende talmente poco che non è davvero immaginabile fare quel salto di qualità che consente di passare da un passatempo impegnativo a un lavoro, magari poco remunerativo ma pur sempre lavoro. C’è anche da dire che la gente non ci prova neppure. Le persone hanno un atteggiamento rinunciatario: se non posso guadagnare tot al mese esclusivamente scrivendo poesie o romanzi (o scrivendo le mie canzoni o sostituitelo con tutto quello che volete), allora devo relegare la scrittura a hobby a cui dedicarmi un paio d’ore nel fine settimana.

C’è un errore di fondo in questo discorso. Innanzi tutto, per quale motivo uno scrittore di romanzi non potrebbe scrivere anche altro, ad esempio saggistica, per incrementare i propri guadagni? Perché non dovrebbe insegnare scrittura creativa, scrivere articoli, organizzare conferenze ed eventi culturali o quant’altro? Se l’idea di campare di royalties è piuttosto irragionevole, non lo è se le royalties vengono integrate con una serie di lavori connessi alla scrittura, esattamente come fanno tutti i musicisti (o gli attori privi di contratti milionari) per sopravvivere.

Dioniso Zagreo. Un’altra storia del Diluvio

In questo periodo sto svolgendo una serie di ricerche per una monografia dedicata all’idromele, che uscirà tra un paio di mesi per I Doni delle Muse nella collana dedicata all’enogastronomia tra antichità e rinascimento, inaugurata nel 2015 con Medioevo in cucina. Come mia abitudine, sto affrontando il tema da diversi punti di vista, incluso quello mitologico, trovando testi di grande interesse per quello che riguarda la simbologia del miele.
Non poteva mancare nel mio studio un lavoro approfondito su uno degli dei più misteriosi e affascinanti dell’antichità, Dioniso, nel mondo classico frequentemente associato al miele. Voglio ora raccontarvi un mito particolarmente bello che ho trovato all’interno del testo delle Dionisiache di Nonno, che narra come il primo Dioniso non fosse in realtà figlio di Semele bensì nato da Persefone. Buona lettura!

Tutti gli dei ardevano di passione per la bella figlia di Demetra, Persefone, tutti desideravano unirsi in nozze a lei. Sconvolta dall’angoscia di una guerra tra i pretendenti, Demetra si fece terrea in viso e sciolse i capelli mentre le lacrime scendevano lungo le guance. Più di tutto temeva che l’avrebbe reclamata come sposa Efesto, il fabbro claudicante.
Si recò allora presso la casa di Astreo, padre dei Venti, per farsi predire il destino che attendeva Persefone e fu annunciata dalla Stella del Mattino. Il dio si levò in piedi per accoglierla. Sul tavolo aveva disegnato figure geometriche con polvere scura e cenere.
Demetra si sedette accanto ad Astreo, accompagnata dalla Stella della Sera. I Venti alzarono le coppe colme di nettare che la dea rifiutò, cedendo soltanto dietro l’insistenza di Astreo. Euro versava da bere, Noto serviva l’acqua una volta finito il pasto, Borea portava l’ambrosia mentre Zefiro suonava le dolci note dell’aulos, la Stella del Mattino intrecciava corone di rami fioriti irrorati di rugiada ed Espero muoveva passi di danza.
Ma Demetra era in preda all’affanno: sfiorò le ginocchia di Astreo e gli toccò la barba per supplicarlo di rivelargli cosa il destino riservasse a sua figlia.
Il dio allora consultò le stelle e questo le rispose: “Demetra, quando l’eclissi renderà la luna oscura nel cielo, proteggi tua figlia, se le Moire lo vogliono, da nozze violente”.
Demetra tornò colma di inquietudine a casa. Legò due draghi alati a un carro e lì fece salire la figlia, nascondendola in una bruma scura. Demetra faceva seguire ai soffi di Borea i sibili della frusta perché le belve percorressero veloci gli spazi del cielo. Giunsero in un’insenatura tra le rocce della Sicilia e lì scesero per trovare riparo in una grotta, dove Demetra rinchiuse Persefone e la nutrice mettendo i due draghi a sorvegliare l’ingresso.
All’interno c’era un telaio e la giovane dea si mise al lavoro cantando ad Atena, signora della tessitura. Ma Zeus si tramutò in serpente ed entrò dove la fanciulla era nascosta, facendo cadere i draghi in un sonno profondo. Si accostò a Persefone lambendo il suo corpo con la lingua e quando venne il tempo la dea generò Zagreo dalle belle corna.
Il bambino salì fino alla dimora del padre celeste e lì giocava con il fulmine. Quando Era seppe della sua esistenza si infuriò e spinse i Titani a ferirlo con un coltello venuto dal Tartaro. Ma Dioniso Zagreo aveva il potere di tramutare la morte in un nuovo inizio e cambiò forma mentre l’arma dilaniava le sue carni. Il suo aspetto divenne quello di Zeus, signore dell’egida, del vecchio Crono, di un neonato, di un fanciullo. Divenne leone, cavallo, drago con le corna ricoperto di scaglie e sotto quest’ultima forma si lanciò contro un Titano stringendosi al suo collo; ancora, divenne tigre e toro per ferire gli assassini con le sue corna.
Gridò Era in preda alla rabbia e il toro cedette sotto i colpi, finché i Titani non poterono farlo a pezzi. Zeus allora, vedendo che il primo Dioniso era stato ucciso, colpì con il fulmine la madre dei Titani, rinchiudendo questi ultimi nel Tartaro.
I boschi si incendiarono, la vegetazione iniziò ad appassire. Tutta la terra venne colpita dai dardi del signore del fulmine, anche il mare ghiacciato non fu risparmiato.
Piangendo dai suoi occhi liquidi, Oceano levò una preghiera a Zeus che si impietosì vedendo la terra colpita dai dardi infuocati e ricoperta di cenere.
Così radunò le nubi e si spalancarono le sette porte dei cieli. L’acqua iniziò a scrosciare dal cielo inondando ogni cosa, i leoni di mare si ritrovarono nelle tane dei leoni di terra, i cinghiali incontrarono i delfini, il polipo saltò sulla lepre, gli animali terresti nuotarono con i pesci. Tra i cadaveri innumerevoli trascinati dalla corrente caddero le fiere, i fiumi e i laghi divennero una sola cosa, i quattro venti si fecero un unico soffio sulle acque. L’acqua della pioggia raggiungeva il cielo imbiancando con la sua spuma la Via Lattea.
Tutto l’ordinamento del mondo si sarebbe trasformato in caos se Zeus, con il suo cenno divino, non avesse ordinato a Poseidone di fare ritirare le acque. Il dio del mare allora colpì il suolo con il tridente e la terra apparve di nuovo riemersero le vette dei monti. Il Sole fece evaporare le acque e ricomparve la terraferma.
Allora gli uomini ricostruirono le città e ripresero a popolare la terra mentre gli uccelli fendevano con le loro ali il vento e i cieli.

Se vi piace la mitologia e desiderate approfondire, trovate qui i libri che ho curato sull’argomento:
Eneide. Il viaggio di un eroe
La nascita degli dei e altri miti greci
Edda. Miti del Nord
Beowulf. Storie di mostri, draghi e guerrieri