Archive | gennaio 2016

Scrittura. Arte o artigianato?

Mi stupisce sempre constatare come tanti aspiranti scrittori (ma anche tanti scrittori pubblicati) abbiano un’idea molto poco concreta dell’atto di scrivere e basino il lavoro quasi esclusivamente sull’ispirazione del momento, senza nulla di solido a cui affidarsi e con cui disciplinare la propria immaginazione. Tutto questo in nome di una presunta integrità artistica: meglio scrivere mezza pagina ispirata una volta al mese piuttosto che scrivere ogni giorno pagine e pagine vuote e prive di vita.

Tutto questo non ha senso. Una solida tecnica di scrittura non può prescindere da un altrettanto solido lavoro sulla propria creatività, che non è affatto un elemento astratto e inafferrabile, bensì qualcosa che si può comprendere, affinare e rendere possibile attraverso la dedizione e il lavoro quotidiano. Tecnica significa ripetibilità delle condizioni che hanno consentito l’atto creativo. Significa rimozione degli ostacoli che impediscono alla creatività di fluire liberamente, alle immagini di scorrere dalla mente al foglio. Ai personaggi di diventare vivi. Tecnica di scrittura significa in primo luogo educazione dell’immaginazione.

Arido? No, assolutamente. Padroneggiare la tecnica implica non essere più in balia dell’emozione del momento, sapere incanalare la propria ispirazione in qualcosa che può essere mantenuto costante nel tempo.

Io considero la scrittura un lavoro di natura artigianale. Ma nel senso in cui lo intendevano nel rinascimento, in cui il concetto di arte come qualcosa di separato da tutto e da tutti, idea pura priva di praticità che vive in un regno iperuranio, non esiste. Non credo possa esserci idea senza realizzazione pratica, forma priva di correlato oggettivo. In breve, l’idea da sola non basta. L’ispirazione non è sufficiente. Si deve tradurre in qualcosa di oggettivo, di comunicabile, di ripetibile. L’arte della scrittura non può prescindere dallo scrivere in modo adeguato e comprensibile, non può prescindere dallo studio del mezzo di espressione. Non può prescindere dal lavoro di lima, dal perfezionamento. Se non si è in grado di rendere perfetto quello che si scrive, perché farlo? Come ho detto prima, l’idea non è sufficiente. Servono tanto lavoro e un amore profondo per quello che si sta facendo.

Il lavoro dello scrittore è simile a quello dello scultore. La materia grezza è già lì, già data. È presente nel nostro inconscio nella sua interezza. Tutto il lavoro creativo dello scrittore consiste nel riconoscere la materia che andrà a costituire la storia e separarla dagli elementi inutili. Rimuovere gli ostacoli, scalpellare via pezzi di marmo che nascondono la figura all’interno della pietra. Lo scrittore creativo è in grado di forgiare collegamenti tra elementi preesistenti nella sua stessa mente, che possono essere evocati tramite lo studio, la meditazione, l’osservazione, la lettura e molti altri strumenti. Spetta a ognuno trovare la modalità più adeguata. Possediamo un patrimonio sterminato di impressioni, ricordi, sensazioni, idee confuse prive di legame tra di loro. Una persona che non è abituata a lavorare in modo creativo interpreta i lampi di luce che ogni tanto si presentano tra questi elementi come “ispirazione”, ma in modo del tutto casuale e incontrollabile. Le persone creative sono quelle che invece attingono volontariamente e consciamente a questo patrimonio, stabilendo collegamenti e trovando soluzioni.

C’è una genialità potenziale nella nostra mente alla quale semplicemente non sappiamo attingere, quanto meno non finché viviamo in modo non creativo. Qual è il trucco? Eliminare gli ostacoli. Imparare ad ascoltare. Cogliere i suggerimenti. Essere pronti e recettivi. Vivere, insomma, in modo creativo, sempre.

Gli ostacoli principali nella scrittura? Cattiva conoscenza della lingua, attaccamento eccessivo a cose di poca importanza, paura ingiustificata. L’idea, radicata in tante persone, che attingere troppo al nostro pozzo creativo possa portarci a svuotarlo. Il terrore di non avere nuove idee. Che se anche l’attuale romanzo è interessante, non si riuscirà a scriverne un altro.

Quando si scrive basandosi sul lampo di luce improvviso, capita di frequente che tale lampo si spenga lasciando nel buio più completo. Questo è ciò che tanti chiamano il “blocco dello scrittore”. Può verificarsi al primo libro o anche al decimo. La scrittura è uno dei campi in cui si rischia di esaurire in fretta le cose da dire. Se si impara invece ad attingere alla propria immaginazione, che è inesauribile, è impossibile restare a secco.

Il problema principale della scrittura non è quasi mai iniziare, quanto piuttosto concludere quello che si è iniziato, mantenere viva l’ispirazione. Questo in particolare se si sta lavorando a qualcosa di lungo, un romanzo di centinaia di cartelle. Non perdere la motivazione iniziale, non perdersi tra personaggi, intrecci, storie. Perché scrivere un romanzo è una maratona, non una corsa di velocità. Servono soprattutto una grande forza di volontà e un’idea in grado di sostenersi per centinaia di pagine.

Il problema non è tanto se scrivere o non scrivere quando non si è ispirati, è piuttosto continuare a essere ispirati anche dopo mesi di lavoro ed esserlo sempre. Una tecnica solida a cui affidarsi aiuta a mantenere la mente fresca e creativa, la scrittura a un buon livello nel lavoro quotidiano. Il modo migliore per farlo, anche se forse non mi crederete, è imparare a fare meno fatica possibile. Ma non nel senso di scrivere qualsiasi cosa venga in mente, senza controllo: semplicemente dedicando qualche anno della propria vita a uno studio approfondito della lingua italiana, impegnandosi in un serio programma di lettura di alcune ore al giorno ed esercitandosi quotidianamente nelle tecniche di scrittura. Sottolineo qualche anno. Non si impara a scrivere in settimane o mesi. Se qualcuno vi dice che è possibile, sta mentendo: potrete scrivere al massimo in italiano corretto, ma non ci saranno le ottime idee che caratterizzeranno la vostra scrittura se continuerete a esercitarvi. Il primo racconto che scriverete non sarà presumibilmente un buon racconto, ma questo non vi deve preoccupare. Per produrre qualcosa di buono spesso servono cumuli di schifezze. Fa parte del processo di apprendimento di quella forma incredibile di artigianato artistico che è la scrittura.

Permettersi di scrivere delle schifezze significa concedersi il tempo di provare e di sperimentare. Di lasciare che qualcosa avvenga nella nostra immaginazione e ci trasformi, per arrivare a provare l’incredibile sensazione delle pagine che si scrivono da sole, senza nessuno sforzo. Caso o miracolo? Nessuna delle due cose. Soltanto tecnica creativa.

Buona scrittura a tutti!