Archive | ottobre 2013

Possibile e impossibile nella ricerca artistica. Per una ridefinizione del concetto di “talento”

La pratica artistica quotidiana, prolungata negli anni e quindi non esercizio occasionale, nel suo trasformarsi in disciplina e differente modalità di essere porta a una radicale ridefinizione di cosa sia l’impossibile. Mostra come ciò che chiamiamo impossibile sia invece solo il diverso, l’improbabile, il difficilmente concepibile e quindi difficilmente realizzabile. Come possiamo realizzare qualcosa senza averne davanti agli occhi un’immagine chiara, almeno una linea guida?

In fondo l’arte nasce prima di tutto nell’immaginazione, facoltà ben poco coltivata nei nostri tempi, e laddove l’immaginazione è carente mancano anche gli strumenti per portarla a divenire visibile. Perché creare arte significa prima di tutto rendere visibile, percettibile, tangibile e, in fondo, dato al mondo ciò che agli occhi degli altri resta invisibile. L’arte è pratica dell’invisibile.

Nella nostra cultura, cieca e sorda, dire che qualcosa è invisibile equivale ad affermare che non esiste. Immaginario è contrapposto a reale, visionario a concreto. Per essere artisti bisogna praticare quotidianamente l’invisibile, l’immaginario e il visionario. Altrimenti è tutto inutile. Quello che deriva dall’utilizzo delle nostre facoltà, quelle che crediamo di possedere, quelle che ci derivano dal nostro “talento” è qualcosa di misero, dal valore quasi nullo, rispetto a quello che ci deriva da uno sviluppo estremo della sensibilità e dell’immaginazione.

Il possibile artistico che derivi dalla definizione di possibile che ci dà la massa, che ci danno le scuole, gli insegnanti o chi si sta intorno è un possibile talmente tanto limitato da risultare irrilevante. Limitarsi a questo è deleterio per una qualsiasi crescita armonica di tutta la nostra persona in direzione di una vera creatività.

Rimango spesso stupita, nel lavoro con gli attori, nel constatare come una lunga pratica spesso non porti all’apertura verso il nuovo ma all’irrigidimento e alla costante ripetizione di uno stile che non consente modifiche di nessun tipo. Un attore spesso a scuola impara quale sia il modo corretto di fare teatro (e cosa sia questo modo corretto per me resta un grande punto di domanda) e per tutta la loro carriera, piccola o grande che sia, non si smuovono di una virgola in un’altra direzione. Non capisco il perché. La pratica del training, che dovrebbe essere una pratica quotidiana indipendentemente dal lavoro performativo e dal lavoro di gruppo (e per essere serio il training dovrebbe essere praticato alcune ore ogni giorno senza lasciare spazi vuoti), dovrebbe portare a una totale revisione del concetto di possibilità. Non è così. Spesso una scuola radica nella mente dell’attore un concetto di “bene” e “male”, di “giusto” e “sbagliato” che conducono a una pessima pratica e a un riproporre sempre gli stessi stilemi, sempre gli stessi topoi. E un suggerimento imprevisto, una richiesta non formalizzata in uno stile immediatamente riconoscibile, portano a una paralisi creativa. Cosa può volere da me questo regista? E vi è una chiusura, un impedirsi di giocare, sperimentare, confrontarsi con possibilità sempre nuove, sempre diverse.

Ho parlato degli attori, ma in realtà sto parlando anche dei cantanti e degli strumentisti. Quante volte mi sento dire da un cantante che qualcosa “non si può fare”? Pensare che qualcosa non si possa fare deriva soltanto dall’imperfetta conoscenza che si possiede di sé. Eppure quando mi sentono eseguire quella stessa cosa che ritenevano impossibile ritornano sui loro passi: “quando lo fai tu sembra così semplice”.

Vi rivelo un segreto. L’apertura al difficile e all’imprevisto porta con sé una conseguenza fantastica: diventa tutto facile. Ogni giorno sempre di più. C’è un problema in tutto questo. Per arrivare a questa facilità serve lavoro e pazienza.

Non credo nel concetto di talento inteso come una serie di capacità date a una persona invece che a un’altra grazie a cui potrà riuscire dove gli altri falliscono. Chiaro, qualcuno nasce con una mente particolarmente brillante, qualcun altro ha il fisico perfetto per fare il danzatore. Non vuol dire nulla. Uno dei grandi vantaggi della nostra specie è quello di estrema adattabilità e grande capacità di apprendimento. Quello che la natura non ci ha dato lo possiamo sviluppare. Ma cosa fa davvero la differenza tra chi riesce a sviluppare le sue facoltà di sensibilità e immaginazione e divenire un artista e chi non riesce? Ragazzi, è l’impegno. E’ semplicemente il lavoro. Lavoro, lavoro, lavoro. Gioia nel lavoro. Volontà di migliorare.

Sono arrivata a questa idea con molte difficoltà, non dovete pensare che per me sia stato facile. Per me è stato difficilissimo. Sono stata tirata su con idee preconcette che ho faticato a sradicare. Ho fatto il conservatorio, altro luogo di idee assolutamente preconcette. Ero convinta che quello che non si imparava durante l’infanzia non si potesse imparare dopo. O che quello che già non si sapeva fare non si potesse imparare dopo.

Vi racconto una storia personale, che può chiarire questo concetto. Ho imparato a suonare da sola, su un vecchio pianoforte un po’ malandato. In casa mia si è sempre fatta musica, anche se poi diventare davvero una musicista è stata una grande lotta. Ero bambina allora: ho imparato a mettere prima una mano sul pianoforte e poi l’altra. Ho iniziato a leggere da sola la musica. Non era facilissimo, ma me la cavavo. Dopo due disastrosi anni di violino, strumento che proprio non potevo digerire, ho fatto l’esame di ammissione per pianoforte.

Da bambina avevo talento musicale: un ottimo orecchio, memoria, capacità di riprodurre melodie sentite anche una sola volta sia con la voce che con lo strumento. Sono stata accolta con grande entusiasmo nella classe di pianoforte: avevo dieci anni allora. Ammetto di avere barato all’inizio: sapevo già usare le due mani, molti brani del libro che mi aveva dato il mio insegnante li avevo già imparati a memoria (la mia difficoltà di lettura veloce mi costringeva a studiare i brani a memoria per non farmi distrarre dalla lettura mentre suonavo). Sembrava che io fossi un piccolo genio. C’era un ma. Presto ho iniziato ad annoiarmi e a smettere di studiare i brani: preferivo suonare altre cose. Passavo tantissimo tempo a suonare e a cantare, ma non a studiare. Da piccolo genio sono diventata improvvisamente, agli occhi del mio insegnante, un tale disastro che era certo sicuramente non avrei mai combinato nulla di buono nella mia vita.

Cos’era il talento che mi veniva riconosciuto? No, non era una dote innata. Erano state la mia curiosità e la mia volontà di apprendermi a portarmi a imparare. Venute meno quelle, è venuto meno anche il talento dal punto di vista estrno. Non era così, naturalmente. Ho dovuto impiegare molti anni per decidermi a occuparmi del genere musicale che mi interessava davvero.

Il punto è che non abbiamo figure di riferimento: modelli che, pur partendo da un talento modesto, sono riusciti nel tempo a sviluppare le loro doti artistiche. Tutti ci sembrano già arrivati in partenza. Chi voglia dedicarsi a più di una disciplina viene scoraggiato. Quante volte mi sono sentita dire che dovevo scegliere tra il teatro e la musica e che non potevo scrivere e cantare a un buon livello contemporaneamente? Sono questi paletti che accettiamo che la società pianti tutti intorno a noi a impedirci di trovare la nostra vera voce. E’ credere che esista qualcosa di impossibile. Perché il limite è pregiudizio. Siamo molto di più di quello che ci convincono di essere.

Il primo dovere di un artista è distinguere il vero dal falso. L’esistenza di un talento a prescindere è falsità, il fatto di non potere andare oltre e superare tutti i propri limiti è falsità. Nulla è impossibile a chi lavora su di sé, sperimenta, non si ferma, prova e continua a provare. Intendiamoci: io non sto dicendo che chiunque di noi raggiungerà di sicuro livelli eccelsi in qualsiasi arte, questo è falso. Ma chiunque di noi deve sentirsi libero di giocare senza curarsi dell’idea che quello che sta facendo sia impossibile. E vi posso assicurare che chiunque si dedichi per un periodo sufficientemente lungo di tempo a un’attività, con cura, dedizione ed entusiasmo, raggiungerà dei risultati sorprendentemente buoni.

Non è che se non riusciamo al primo tentativo l’unica nostra speranza è iscriverci al locale club del cucito per leccarci le ferite procurate dalla nostra eccessiva ambizione. Chi ci dice questo mente ed è in cattiva fede. Ne avevo il sospetto da bambina, ma crescendo questo sospetto si è fatto certezza.

Poi c’è chi si perde per strada. Chi parte, ma si lascia soffocare dall’amarezza e dal senso del fallimento. Chi si crogiola nel successo di una volta e non ha più la forza e l’umiltà di ricominciare a lavorare. E’ una via facile e al contempo difficile. Bisogna avere un’infinita fiducia nei confronti della possibilità che l’impossibile accada, qui e ora, e che questo processo ci possa portare al di là del rigido vincolo della necessità, per condurci nel regno della libertà.

Del seu tort farai esmenda – Peirol, trascrizione e arrangiamenti by Lilium Aeris

Del seu tort farai esmenda
Lieys que.m fetz partir de se,
Qu’enquer ai talan que.l renda,
Si.l platz, mas chansos e me
Ses respieg d’autra merce!
Sol suefra qu’en lieys m’entenda
E que.l belh nien n’atenda.

Ges per negun mal qu’en prenda
De s’amistat no.m recre,
Ans suefri c’ades m’acenda
La pen’ e.l danz que m’en ve.
Faire.m degra qualque be,
Mas no.s tanh qu’ieu la.n reprenda
Si tot s’es vers qu’ilh mesprenda.

Molt en cossir nueg e dia
E no m’en sai cosselhar.
Pero, si s’esdevenia,
Gran talan ai qu’un baisar
Li pogues tolr’ o emblar!
E si pueys s’en iraissia
Voluntiers lo li rendria.

Ben conosc qu’ieu no poiria
Mon cor de s’amor ostar
Per ira ni per feunia
Ni per autra domn’ amar.
No m’en cal plus assaiar!
Aissi cum li plaira, sia,
Qu’ieu l’amarai tota via.

El mon non es hom que tenha
Tan apoderat amors,
Que ges non vol qu’ieu retenha
Los plasers ni las honors
Qu’avia trobat aillors!
Ans vol que sai mi destrenha
Per tal que no.m vol ni.m denha.

Belha domna, en cui renha
Senz e beutatz e valors,
Suffriretz qu’aissi m’estenha
Lo desirs e la dolors
Sivals dels plazers menors
Mi faitz tant que joys m’en venha,
Sol qu’a vos non descovenha.

Chansoneta, vai de cors
Dir a midons que.t retenha,
Pus mi retener non denha.

Dalfi, solatz et amors
E cortes sens vos essenha
Cossi joys e pretz vos venha
(Peirol)

Video della presentazione “L’amoros pessamens” presso la Sala Affreschi della Villa Visconti d’Aragona, Sesto San Giovanni
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Nostalgia dell’Autunno

monet

 

Ricordo un tempo i campi intessuti di brina, come ricami silenziosi sulla terra dormiente. La nebbia calava fitta e densa, una nebbia accecante, che occludeva i sensi, entrava nel naso e nella bocca, soffocava, toglieva il respiro. E arrivava una malinconica gioia, portatrice di energia creativa, portatrice di pensiero, verso il giorno che si faceva sempre più breve fino a chiudersi interamente in se stesso. Fino al momento in cui le ore di luce si facevano rare, preziose, momenti di contatto con una gelida realtà fatta di ghiaccio. Riposo, ghiaccio, brina, nebbia, gli alberi che morivano per poi rinascere a nuova vita con l’arrivo dei raggi della primavera.

L’intima emozione del freddo che penetra sotto la pelle. Il brivido, la ricerca del tepore, la ricerca del fuoco. Rientrare in se stessi, accovacciarsi nella propria interiorità, dimenticare il fulgore caotico e stordente del sole.

Ma l’oscurità fa paura. Non basta una candela per allontanarla, serve una piena luce artificiale.

I corpi inattivi, i corpi privi di forza vitale, i corpi che non possiedono più consapevolezza di essere carne, di essere fango a cui è stata data la scintilla dell’essere, sono corpi che temono la brina. Che non amano il silenzio, che non comprendono la solitudine. La bellezza infinita della solitudine e del raccoglimento privo di esteriorità. Privo di correlato oggettivo.

No, questo è troppo.

L’autunno è ormai un ricordo, l’inverno un sogno che dura solo pochi istanti. Siamo avvolti dall’estate infinita, l’estate crudele che non ci abbandona mai, come una lunga notte insonne in cui non possiamo riposare, non possiamo riposare mai. Il mondo è sempre più cieco di fronte a questo cambiamento, ma si avvertono per la prima volta da anni parole che manifestano sofferenza. Forse le coscienze si stanno risvegliando? Forse qualcuno ha il coraggio di dire, con timidezza, che il re è nudo?

Mi restano il rimpianto e la pietà. Pietà per me, per voi, per una natura soffocata, sommersa, una natura che si sta estinguendo. Come si sta estinguendo ogni anno sempre di più l’incantata stagione dell’Autunno

Salto della Contessa 2013 – una produzione teatrale di Lilium Aeris – Compagnia dei Satiri in collaborazione con la Pro Loco di Gavorrano

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Ascoltate le parole della sventurata che riecheggiano tra antiche pietre dal tempo riarse, bruciate dal sole. Ascoltate il suono del poema che narra immortale come il destino percosse le dolci membra della nostra Contessa. Se fate silenzio, voi, che non siete altro che ombre potrete udire il suono del suo lontano lamento che mai si spegne e forse ancora non è in pace. Vedrete la sua ombra varcare la soglia della porta antica e il suo ultimo destino più e più volte ripetersi intagliato nella dura pietra.

Solo nella nostra memoria e forse in uno spazio lontano dal mondo terreno trova riposo l’anima della dolce Pia. Perché solo nella memoria di coloro che non possono dimenticare trovano riposo le anime inquiete, le anime stroncate da crudele morte, coloro che dimorano nel rimpianto e nel desiderio. Dalla sua bocca udirete la vera storia, la storia che neppure il Poeta poté narrare forse per riguardo del suo infinito dolore.

Ecco, si alza il vento e il velo del tempo si solleva, forse solo per qualche istante e lei può apparire, pallida e bella, anima smarrita nel mare dell’inquietudine, nell’opaco grigio di un mondo irreale, dove può dimenticare il rimpianto e il dolore. Se vi fu colpa, nacque nel desiderio e nell’amore. In ciò che conduce l’anima oltre i confini dello spazio e del tempo e la porta a trasumanarsi e farsi immortale. La fedeltà fu una colpa? Ma la lussuria trae origine dalla bellezza e forse il rifiuto nasce dall’orgoglio e non dall’onore. Ma che importa, ombre?

Perché ai miei occhi soltanto ombre voi siete, non più reali dello spirito di Pia, voi che nel borgo di Gavorrano ascoltate il canto di dolore della dolce Contessa, terra così lontana, ahimé, da quella che a Pia diede i natali. Siete ombre che il vento ha fatto apparire e il vento porterà via, lasciando solo desolazione. Lasciando soltanto l’ultimo pianto d’amore della Contessa infelice.
(Serena Fiandro – 2013)

LA VERA HISTORIA DI PIA DEI TOLOMEI
Uno spettacolo scritto e diretto da Serena Fiandro
Musiche trascritte e arrangiate dall’ensemble Lilium Aeris

INTERPRETI
Stefania Frattari – Pia dei Tolomei
Anna Sala – Narratore
Serena Fiandro – Canto, arpa, flauti di corno
Andrea Tuffanelli – liuto, cornamusa, percussioni

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Cantare come pura trasparenza dell’essere

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Cantare davanti a un pubblico, rendere pubblico il proprio percorso di ricerca, è sempre un’emozione straordinaria. Sono passati sette anni dal mio primo concerto da solista, eppure ogni volta è sempre come se fosse la prima. Trovo che non esistano molte esperienze più entusiasmanti di portare il proprio lavoro (di studio che si fa anche lavoro interiore) all’esterno. E il lavoro sulla voce non è solo lavoro tecnico, è prima di ogni altra cosa lavoro sul corpo, sull’intenzione, sull’esserci. Cantare mette completamente a nudo, rende trasparente il cantante all’emozione. Il cantante diviene puro veicolo della musica.

Ricevere il riconoscimento della qualità del proprio lavoro da parte del pubblico, condividere un percorso che dura anni  e va ben oltre alle semplici ore del training fisico e vocale quotidiano o ai momenti di prova d’insieme: credo che esista poco di più gratificante.

Cantare non è come le altre attività artistiche. Richiede un coinvolgimento totale, di tutto il corpo, di tutta la propria attenzione. E’ contemporaneamente l’arte performativa più semplice e immediata e quella più complessa da praticare. Non si può cantare con indifferenza, mentre recitare o suonare possono, purtoppo, essere atti meccanici.

O meglio: si può cantare con indifferenza ma non è, non può essere la stessa cosa. Vi è un quid che rende la natura del cantare una cosa completamente diversa. Il canto riflette la quintessenza della musica, e la musica non è altro che attenzione estrema portata all’istante, arte dove il tempo incontra l’eternità nella celebrazione del momento presente. Cantare è pura presenza.

Forse è per questo che la musica viene ogni giorno sempre più dimenticata, messa in secondo piano. Il motivo per cui la musica è divenuta sottofondo, assordante ma pur sempre sottofondo, di tutta la nostra quotidianità. Nell’essere perennemente protesi verso il futuro, verso l’intenzione e non verso il momento presente, la musica intesa come presenza, datità, esserci, è un elemento disturbante. L’eterno che traspare nell’effimero della musica è l’incontro tra il contingente e il necessario, incontro tra immanenza e trascendenza. E’ il luogo dove si constata che non si dà transitorio senza permanente né permanente senza transitorio, il luogo dove si comprende che la differenza ontologica tra essere e divenire non è altro che una questione di punto di vista.

Il canto antico è tutto questo. Ben consapevoli del legame tra la musica e la componente più spirituale dell’essere umano sono sempre stati i medievali. L’Ars Musica è ponte, passaggio, contatto con lo spirito divino.

Credo che tutto questo debba essere recuperato. Per questo lavoro, lotto, studio. Perché credo che ne valga la pena e credo che gli occhi commossi dei miei ascoltatori meritino tutto questo. So di essere ancora lontana da quello che desidero ottenere, sono sul cammino ma sono lontana dalla meta: ma conosco la mia meta. La pura trasparenza. Il puro esserci. La presenza. Non posso accontentarmi di nulla di meno.

Petrarca e i Trovatori alla Biblioteca Civica di Sesto San Giovanni

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Oggi a partire dalle 15:30 i Lilium Aeris, in collaborazione con l’associazione culturale I Doni delle Muse, presenteranno il loro nuovo album, “L’amoros pessamens” attraverso un percorso musicale sulla poetica dei Trovatori e le tematiche dell’amore cortese. L’appuntamento è previsto presso la Sala Affreschi della Villa Visconti d’Aragona, sopra la Biblioteca Civica di Sesto San Giovanni. Seguirà poi dibattito con il pubblico intervenuto.

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L’ENSEMBLE
Serena Fiandro voce, gemshorn, bombarda
Andrea Tuffanelli liuto
Sho Nakanishi percussioni

LILIUM AERIS
Nato nel 2005, l’ensemble si dedica allo studio e alla divulgazione della musica e del teatro d’età medievale e rinascimentale su ricostruzioni di strumenti dell’epoca. Negli anni di attività ha prodotto tre album musicali, di cui l’ultimo è “L’amoros pessamens” per Ars Aeterna Records.

I DONI DELLE MUSE
Nata dall’unione di un gruppo di artisti accomunati dalla passione per la cultura classica e medievale, l’associazione culturale “I doni delle Muse” svolge attività di ricerca e insegnamento sulle arti performative antiche con particolare riguardo nei confronti della letteratura, della musica e del teatro.

E FIN’AMOR ALEVIA MON MARTIRE– Alla ricerca della perduta unione tra musica e poesia nel corpus dei Trovatori

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Una cosa che abbiamo constatato negli anni della nostra ricerca è quanto, al di fuori dell’ambiente della filologia musicale, sia misconosciuto il legame originario tra la poesia trobadorica e la musica, quasi che la musica sia da considerarsi un fattore accessorio e non una componente essenziale. All’università e a scuola abitualmente si tende a dimenticare che il fenomeno che ha portato allo sviluppo della lirica provenzale medievale non è affatto scollegato da un analogo sviluppo di un’idea musicale ben precisa: addirittura in molti ignorano la sopravvivenza di una grande quantità di materiale antico che ci trasmette questo immenso patrimonio musicale.

Di sicuro, in questo ha contribuito la fortuna che le tematiche dell’amore cortese hanno trovato nello sviluppo della nascente letteratura europea, sia romanza che anglosassone. Si può dire che i Trovatori costituirono per secoli un modello ideale di poesia, ma la musica che era stata creata insieme al testo, per il testo, fu del tutto dimenticata. Troviamo affascinante constatare come non sia riscontrabile nella successiva storia della musica nulla di simile alla purezza e alla semplicità di linguaggio musicale che si riscontra nel corpus trobadorico.

Ci saranno imitazioni e ispirazioni tratte da questo straordinario fenomeno: Trovieri, Minnesanger. Ma nell’epoca successiva la consapevolezza del tutto cortese della natura del “trobar” come ricerca contemporaneamente musicale e poetica viene meno: la musica viene sempre più accantonata a discapito della poesia. Nello sviluppo della poesia italiana, che rivela un fortissimo debito nei confronti della lirica provenzale, vediamo una dimenticanza assoluta dell’aspetto musicale. Il poeta laureato, Petrarca, che si ispirerà ai canoni della lirica provenzale portandoli al compimento più alto, sarà solo poeta, non poeta, musicista e cantante come il trovatore.

Il trovatore appartiene alla classe nobiliare o cavalleresca, vive secondo i criteri della condizione di corte e rivendica nella sua poetica la propria natura elevata, così come la natura elevata dell’amore nei confronti della Donna. Il poeta laureato rivendica invece una poesia che gli consente di superare qualsiasi criterio e discrimine puramente umano, attraverso un esercizio della poesia che basta a se stesso, per trovare l’assoluta elevazione spirituale. Ma siamo in un altro mondo: abbiamo accettato i topoi e gli stilemi dell’amore cortese, ma abbiamo dimenticato che l’amore cortese ha un’intrinseca natura musicale.

La dimenticanza della musica a discapito delle altre arti è molto comune nell’approccio allo studio del passato. Si dimentica come il teatro greco fosse cantato e danzato, si dimentica la presenza dei musici che evidenziavano i momenti comici e drammatici nel teatro latino. Si dimentica che Omero era prima di ogni altra cosa aedo, e dire che fosse un aedo resta una parola vuota: non si comprende fino in fondo che la poesia, fino a un certo momento della storia della cultura occidentale, è stata creata per un ascolto musicale.

Attraverso il nostro studio, in particolare attraverso il nuovo album al quale abbiamo lavorato (L’amoros pessamens, Ars Aeterna – I Doni delle Muse 2013) vogliamo restituire a questo incredibile repertorio il suo splendore originario, senza cedimenti a un sentire moderno che ben poco ci fa conoscere la realtà di una modalità di fare musica e poesia che appartiene al nostro passato. Non è vuota filologia né nostalgia per un tempo che non esiste più: è ricerca e volontà di ricreare lo spirto che ha portato alla formazione di un repertorio di rara bellezza, attraverso una ricerca attenta e sensibile che non ha potuto che modificare il nostro modo di concepire la musica medievale, la nostra modalità di esecuzione, il grande studio vocale che è stato portato avanti in questi otto anni di lavoro.

Tutto questo noi desideriamo portare a voi, perché riteniamo che questa bellezza debba appartenere anche al nostro mondo e non sia giusto che rimanga sepolta in polverosi codici in lontane biblioteche. Perché tutto questo appartiene alla storia della parte migliore dell’umanità, che in fondo non è altro che la capacità di creare arte, di creare bellezza.

Vi aspettiamo domani alle 15,30 a Sesto San Giovanni presso la Biblioteca Civica in Villa Visconti d’Aragona per parlare insieme di questi argomenti e ascoltare alcuni brani di questo repertorio accompagnati dalla lettura di poesie tratte dal Canzoniere di Francesco Petrarca.

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