Il talento tra falsi miti e luoghi comuni

A tutti noi è capitato di ritenere di non essere in grado di fare qualcosa per mancanza del cosiddetto talento. Giustifichiamo la nostra inabilità attribuendola a qualcosa di astratto e distante, un destino che ha voluto che ad altri e non a noi spettasse la facilità nel fare una cosa specifica già a partire dal primo tentativo (poiché è singolarmente raro che qualcuno si conceda un secondo tentativo, se il precedente è fallito). Questo vale tanto in ambito artistico quanto in campo sportivo o scientifico. Focalizziamoci ora sull’ambito artistico, quello di cui io mi occupo.
Tra i fraintendimenti più dannosi per chiunque si voglia cimentare in un’attività artistica a qualsiasi livello (e ancor più se si aspira a farne il proprio lavoro) c’è l’idea che qualcuno sia “portato” per una cosa o per l’altra e questo è un fattore determinante se non deterministico, una sorta di fatalità ineluttabile, del tutto identica a quella per cui qualcuno nasce con i capelli biondi e qualcun altro è bruno. Essere portati o avere talento in realtà sono espressioni del tutto prive di significato, dello stesso livello della cosiddetta “scienza infusa”. Non fraintendetemi. Non sto negando l’esistenza di una propensione individuale, ma esclusivamente che tale propensione contrassegni il nostro destino, concetto che si ritrova sovente nell’opinione comune. Ritenere di essere portati per qualcosa o meno è inoltre rischioso. Innanzi tutto, chi ha una propensione artistica specifica ben difficilmente non avrà altri interessi artistici complementari o del tutto differenti: una mente orientata alla creatività spesso si inaridisce nella costrizione in un’unica direzione e ha necessità di trovare sempre nuove vie d’espressione. In secondo luogo, se si ritiene di avere un talento in un ambito è facile, di fronte a ostacoli inaspettati, rinunciare invece di considerare di approcciare altri metodi, altre vie non ponderate in precedenza. Un’eccessiva immediatezza iniziale può compromettere il percorso di crescita artistica, qualora in seguito sorgano scogli imprevisti, che siano strettamente tecnici o lavorativi,
Ma da dove nasce il concetto di talento, così comune e impreciso da risultare erroneo?
Talento ha essenzialmente due significati che ora andremo ad analizzare.
Il più noto è connesso a quella moneta, chiamata appunto talento, che tutti conosciamo per la parabola evangelica la quale, diversamente da quanto abitualmente si pensa, va nella direzione opposta della scienza infusa di cui ho accennato in precedenza.
Nel testo ritroviamo un uomo che, dovendo partire per un viaggio, affida ciò che possiede ai suoi servi, dando a uno di essi cinque talenti, al secondo tre e all’ultimo uno soltanto, specificando che tale scelta è dettata dalle capacità di ognuno di essi. Al suo ritorno, i primi due servi hanno ottenuto il doppio della somma data loro, il terzo invece, timoroso del padrone, rivela di avere nascosto il proprio talento in una buca per paura. A questo punto, il padrone gli toglie il talento e lo dà a colui che ne possiede già dieci.
A prima vista, sembrerebbe che il talento sia semplicemente un dono divino. In realtà tale dono non ha alcun valore, ci ripete la parabola evangelica in modo molto chiaro, se non viene in qualche modo coltivato. Anche chi possiede un solo talento può farlo fruttare e il motore che induce a seppellire il dono ricevuto e dimenticarsene non è la scarsità di tale dono, ma semplicemente la paura, la peggiore nemica di chiunque voglia sviluppare un’abilità artistica o, più in generale, voglia fare qualcosa di importante nella propria vita.
Il secondo significato di talento appare molto distante da questo, monetario e quantificabile. Mi riferisco al significato medievale del termine come lo ritroviamo in molti autori, tra cui Dante: il talento come desiderio, moto della volontà che spinge a una ricerca incessante. Questa è l’accezione che mi sembra più significativa, nel tentativo di voler spiegare quale sia la verità dietro i luoghi comuni sul talento, in quanto pone l’accento non sul dono dall’alto ma sul volere dal basso, sulla scelta dell’individuo che può decidere o meno se accettare la chiamata, se fare fruttare la propria moneta o seppellirla.
La carenza di talento non è altro che carenza di un vero desiderio, dell’azione propria della volontà. Crediamo di desiderare, in realtà stiamo solo fantasticando su cosa succederebbe se fossimo degli artisti, senza tuttavia fare nulla per diventare davvero artisti. La fantasticheria non è desiderio. Il desiderio implica movimento, azione, tensione verso qualcosa. Diventa inevitabilmente qualcosa di concreto, non di consumato nel segreto della propria mente o un argomento di conversazione con altre persone che si limitano a parlarne e, appunto, a fantasticare.
Credo che il meccanismo del desiderio si inneschi in un modo molto specifico, ovvero attraverso la meraviglia rivolta nei confronti di qualcosa che ci appare talmente superiore ai limiti umani da sfiorare l’impossibile. Il lavoro di un pittore, di un cantante, di un musicista di alto livello appaiono come dei miracoli, qualcosa che sembra talmente perfetto da essere irraggiungibile. Sono la meraviglia e l’ammirazione i motori che ci inducono a desiderare profondamente di acquisire la medesima abilità, a volere imitare chi ammiriamo. E qui incontriamo il primo scoglio, insormontabile per la maggior parte degli aspiranti artisti.
La società contemporanea manifesta un singolare odio nei confronti del desiderio di diventare artista. È considerato perfettamente accettabile, anzi, di grande valore il desiderio di arricchirsi o di fare un lavoro che porti prestigio sociale, purché questo lavoro non sia di tipo creativo, senza considerare l’ostilità che circonda gli alti guadagni di artisti e, peggio ancora, sportivi a causa della fama ottenuta con il proprio lavoro. Prima ancora di arrivare a questo, tuttavia, la gente tende a considerare arrogante chi vuole diventare un artista. Di fronte a chiunque consegua un qualche risultato in tale ambito, si ergeranno sempre censori da ogni parte investiti dalla sacra fiamma della vera arte che cercheranno di fare sentire l’artista un impostore, in quanto ha osato tentare di fare qualcosa per cui serve il talento, quella virtù innata di origine divina che non può essere appresa. Questo avverrà inevitabilmente in seguito al conseguimento di qualche forma di successo, ma avverrà anche, con grave danno per l’artista dotato ma inesperto che oserà esporre al giudizio del pubblico i suoi primi tentativi. Non è neanche questione di quanto possano essere perfetti o meno tali tentativi: troverà sempre qualcuno che tenterà di farlo sentire un incapace e un arrogante per l’ardire di fare una cosa simile. Questo è uno scoglio che pochi aspiranti artisti riescono a superare incolumi. Tanti rinunciano e il mondo perde persone che nel corso del tempo potrebbero davvero dare un contributo importante all’umanità.
L’odio non è soltanto da parte delle persone nei confronti degli artisti: spesso si presenta anche da parte di chi desidera sviluppare una capacità artistica nei confronti di se stesso, in particolare se tale desiderio nasce in età adulta e non durante l’infanzia (malgrado un adulto impari meglio e più in fretta di un bambino e non esistano limiti d’età per la maggior parte dei lavori artistici, diversamente da quanto avviene ad esempio per lo sport). È innegabile che chi vuole apprendere qualcosa non lo fa con l’intenzione di restare mediocre, ma con l’aspirazione segreta di fare qualcosa di grandioso, meraviglioso. Impossibile. Di divenire simile ai modelli che hanno suscitato per la prima volta il desiderio di fare qualcosa del genere. Eppure aspirare all’eccellenza in ambito artistico è considerato un peccato mortale, tanto più se non si è geni in grado quando ancora nella culla a esercitare un talento in tale settore. Si tratta di un peccato inconfessabile di cui non si deve parlare, neppure nel segreto della propria mente. Eppure c’è chi vince questo ostacolo e prende una via del tutto autonoma, ignorando tanto i censori esterni quanto il severissimo giudice interno che vorrebbe spingere alla rinuncia.
Il talento è raro semplicemente perché sono pochissime le persone che decidono di seguire il proprio desiderio di eccellenza a dispetto di ogni avversità o difficoltà, la cui volontà è così forte e orientata da indurle a non ritirarsi lungo il percorso. Quasi tutti lasciano, per infiniti motivi. Qualcuno invece, con una caparbietà che rasenta la pazzia, prosegue fino a raggiungere anche alti livelli. Di queste persone si dice che sono talentuose o che sono dei geni ma, come avete visto, è un’espressione che non significa niente. Una delle cose più fastidiose che un giovane artista si sente dire quando si esibisce o incontra il pubblico è una certa aria di sufficienza unita a un malcelato disprezzo, accompagnata dalle parole “eh, ci vuole una grande passione”. Come per dire “ma chi te lo fa fare”. Ecco, la persona di talento è quella che, pur ponendosi continuamente la questione del “chi te lo fa fare”, insiste ugualmente.
Certo che ci vuole passione. Senza, sarebbe impossibile. Ma la passione non è sufficiente, deve essere il pungolo che sprona a studiare, lavorare, migliorarsi, arrivare sempre più vicini a ciò che originariamente ci ha spinti a intraprendere quel percorso.
Talento non è mancanza di fatica. Il lavoro artistico è faticoso, presenta momenti di angoscia e disperazione, momenti in cui l’attività si fa intensissima e massacrante. Ma chi accetta il proprio talento va avanti ugualmente, non si rassegna. Questo non significa procedere sempre a testa bassa, ci possono essere momenti più o meno lunghi di scoramento, tentazione di abbandonare tutto, periodi in cui magari davvero si lascia il lavoro per dedicarsi ad altro.
Come vedete, siamo davvero molto lontani dall’idea comune e fuorviante che il talento sia una capacità innata che consente di fare qualcosa alla perfezione al primo tentativo, una sorta di destino ineluttabile. L’artista non nasce con il talento incorporato. Come tutti gli altri esseri umani, nasce con una serie di propensioni che potrà o meno sviluppare nel corso della sua vita. Quello che condizionerà il suo destino sarà unicamente la sua volontà. Potrà decidere di assecondare una o più propensioni, potrà seguirle per il periodo scolastico (che generalmente è quello in cui, anche dal punto di vista sociale, è considerato più accettabile volere fare da grande il musicista, il pittore o l’attore) oppure potrà farne la propria ragione di vita, trasformandola magari in una professione.
Per fare questo, è necessario porre dei limiti, in particolare a chi ci circonda, chiudere la propria mente a stimoli esterni che vanno nella direzione della negazione del legittimo diritto a esplorare e imparare, proseguire per la propria strada anche quando tutto sembra suggerire che sarebbe meglio rinunciare.
Ecco, forse questa capacità di resistere e di non perdersi per la via è l’unico vero talento. Il sapersi fare guidare dal desiderio, dalla volontà di eccellenza, ignorando il resto. Proseguire anche se l’esito è incerto, la strada poco illuminata e in fondo potrebbe esserci ancora oscurità.
Diventare artisti è un atto di fede. Non si raggiunge con lo sforzo (elemento diverso dalla fatica: la fatica è per così dire fisiologica per qualsiasi tipo di lavoro; lo sforzo implica ossessività, eccesso, auto costrizione) ma con il desiderio, con l’amore per qualcosa che sembra impossibile. Soltanto l’amore per il nostro lavoro e per quello che potrebbe divenire in futuro, anche se l’esito appare incerto, può guidarci e condurci al superamento di noi stessi. Talento è fiducia verso l’ignoto, accettazione del fatto che il senso del viaggio non è il traguardo ma il viaggio stesso, da cui usciremo modificati, nuovi, diversi in un modo che potrebbe renderci estranei al mondo come l’abbiamo conosciuto. Essere artisti significa affidarsi all’impossibile, a ciò che è sconosciuto, alla luce che c’è nella nostra mente e attende soltanto di divenire visibile.
Solo noi possiamo decidere di ascoltare il desiderio e non lasciare che divenga indifferenza nel corso degli anni, di dargli importanza, di lasciare che assuma forma, che divenga corpo, materia tangibile. Senza aggrapparci a scuse o a rimpianti. Solo in questo modo possiamo ritrovare la nostra autenticità e il nostro vero talento.

Perché abbiamo bisogno di fiabe

12963435_10207862375749545_2498768680666349948_n

La nostra è una cultura che presenta un’inquietante fame di realismo. Tutto ciò che non raffigura il presente, nella narrativa come in ogni forma d’arte, appare qualcosa di inferiore, di infantile, di inutile. Persino la letteratura per l’infanzia tende sempre più verso la celebrazione della contemporaneità, nel tentativo malcelato di annullare i sogni, annullare la fantasia, considerati elementi negativi e culturalmente inadeguati.
La fame di realismo non coincide tuttavia con la fame di realtà né, tanto meno, di verità. Il realismo ci insegna che oltre al consumo, alla plastica e alla grettezza del mondo che ci circonda non c’è nulla. Insegna l’adeguamento all’ordine prestabilito, richiama all’ordine: i sogni sono per i bambini illusi, la realtà è altra. È fatta della necessità di guadagnare, spendere più di quello che si ha, costruire, progredire all’infinito senza alcuna consapevolezza che le risorse sono limitate e i tempi stanno per scadere. Il realismo invita all’accettazione dello squallore di questo mondo, privi di volontà di qualsiasi forma di cambiamento, perduti in un grigiore che non dà speranza. Ma questo grigiore nasce dalla percezione erronea e falsata, non dalla realtà che si presenta nelle sue infinite possibilità. Ci mancano occhi per vedere, sensi per percepire, uno sguardo limpido sulla storia passata e sul mondo attuale, una mente pronta a comprendere davvero. Questi strumenti ci vengono forniti dalle storie che parlano di verità, ma di una verità che giace sepolta nel caos dell’apparente ordine del quotidiano. Una verità che abbiamo tutti conosciuto da bambini ma ci è stata negata, soffocata dall’imposizione di crescere, una verità che è stata taciuta e tenuta così nascosta da indurci a dimenticarla. Le fiabe ci invitano tutte a una sola cosa: a prestare attenzione, a vedere come il mondo non soltanto sia l’unico possibile, ma neppure il migliore dei mondi possibili, illusione positivistica che causa una cecità che storicamente non ha pari.
Gli eroi delle fiabe fanno scelte, prendono decisioni, cambiano la propria vita. Laddove le nostre esistenze sono contrassegnate dalla ripetizione, da cicli sempre identici e in apparenza impossibili da spezzare, in cui tutto sembra prestabilito e privo di una via di uscita, salvo rari momenti di grazia, nella fiaba tutto muta: ogni istante è determinante, può cambiare per sempre l’esistenza. Questo cambiamento, diversamente da quanto si verifica spesso nel mito, non coincide con l’ergersi contro il destino, ma nel comprenderlo, abbracciarlo, volerlo a dispetto di ogni difficoltà. A dispetto dell’impossibilità di realizzazione.
La fiaba e il mito ci mostrano un’infinità di mondi possibili, un’infinità di scelte e un mare di possibilità di cambiamento reale ed effettivo, in una palese vittoria contro la nostra bizzarra illusione, in contrasto con l’esperienza, che il nostro mondo di plastica e cemento sia il migliore dei mondi e la nostra esistenza l’unica possibile. La fiaba costituisce un richiamo per la nostra voce interiore in grado di risvegliare i sensi e la percezione nella direzione della comprensione dell’assurdità del modo in cui viviamo, dell’ingiustizia e della falsità del mondo così come, nell’incessante trascorrere delle generazioni, ci viene presentato per il mantenimento costante dell’illusione collettiva di cui siamo vittime.
La fiaba mostra l’importanza della fede, la libertà dell’individuo di costruire la propria esistenza e di seguire la propria vocazione, cogliendo i segni del destino che si presentano ogni giorno sotto i nostri occhi e vengono, giorno dopo giorno, ignorati. La fiaba mostra un eroe che spezza il circolo della ripetizione e nel suo ritorno a casa tutto sarà cambiato: il suo sguardo sarà differente e inevitabilmente il mondo stesso diverrà differente. Perché la libertà non risiede nel rifiuto della chiamata, ma nella cerca, difficile e dolorosa, talvolta divertente e curiosa, che porta alla comprensione del fato, del nostro vero essere al di là della brutalità e dello squallore della prigione quotidiana nella quale siamo rinchiusi per nostra stessa volontà.
Seguire il destino e la chiamata, in fondo avere fede, non corrisponde a nessuna delle attitudini di questo nostro mondo, in cui si celebrano lo sforzo, la lotta per ottenere dei risultati, il duro lavoro, lo sfinimento. Nella fiaba si mostra come il cambiamento del fato nasca nel momento opportuno, quando i tempi sono maturi. La scelta che cambierà tutto è lì, a poca distanza da noi, basta soltanto avere una mente così limpida da saperla riconoscere. È il kairos che irrompe nel kronos, l’istante che spalanca le porte dell’eternità nella ripetizione senza fine di una durata sempre identica a se stessa. Perché l’eternità, il momento che dà significato al tempo, non ha nulla a che vedere con il tempo stesso, è di natura differente, come ci insegna incessantemente la patristica. E nel momento dell’irruzione del kairos, tutto diviene reale, significativo, come se tutto ciò che è avvenuto fino a quel momento fosse qualcosa di pallido e irreale, di fronte all’immensità dell’istante che cambia tutto. Nella scelta del destino si diviene presenti, reali, tutto si ritrova al posto giusto e l’eroe si rende conto che è sempre stato così, ma non possedeva occhi per vedere la realtà.
In contrasto con un’esistenza monotona e priva di scopo, si scopre come quest’ultimo è sempre stato sotto i nostri occhi, troppo ciechi per vederlo. La realizzazione del nostro essere è di fronte a noi, alla nostra portata, ma i nostri sensi sono troppo chiusi e ottenebrati dal circolo senza fine della ripetizione per potere vedere la verità e con essa svelare il mistero del tempo, condizione necessaria per uscire da esso, ottenendo occhi nuovi e nuove orecchie che altro non sono che un compimento di ciò che è già presente in germe in noi. Si conosce soltanto ciò che già si è, la conoscenza è essere la cosa conosciuta, suggerisce Tommaso Campanella accogliendo la lezione gnostica tante volte ripresentata nel corso della storia del pensiero. Potenza, sapienza e amore non sono altro che aspetti del medesimo essere, ognuno dei quali si interseca all’altro in un legame indissolubile.
Non servono la metafisica o il soprannaturale per spiegare la ragione dell’esistenza: lo scopo è nell’esistenza stessa, nel velo che cade dagli occhi per rivelare l’essere, nella consapevolezza di una verità talmente manifesta da restare celata. L’assunzione della responsabilità del proprio destino e la scoperta che la nostra schiavitù è soltanto illusione e menzogna. Ma è l’immaginazione il motore che plasma il mondo e la realtà diviene quello che si è in grado di vedere di essa. La nostra cecità plasma una realtà priva di colori a tal punto che questi scompaiono dal mondo perché non vi è più nessuno in grado di percepirli. Un’immaginazione di plastica produce un mondo di plastica; un’immaginazione in catene produce schiavitù; la prigionia del tempo circolare e infinito produce l’impossibilità di concepire l’eterno.
Siamo noi stessi la causa dello squallore che permea le nostre vite, non altri, così come siamo causa della nostra stessa libertà. Possiamo essere il “noi” consueto, abituale, quotidiano, vittima della cecità o il “noi” che risponde alla chiamata del destino. Per questo spesso nelle fiabe ci sono tre fratelli. Nel tipico schema, i tre fratelli ricevono la medesima chiamata, le medesime informazioni, ma due non sono in grado, per qualità morali o per incapacità di ascoltare, di rispondere; lo è soltanto il terzo. Questo non è altro che un richiamo alla profonda verità del libero arbitrio: tutti hanno le medesime possibilità, tutti ricevono la chiamata del destino, ma non tutti hanno orecchie per udire o volontà per udire, che è la medesima cosa.
Mi viene in mente a proposito una fiaba a cui ho lavorato di recente, appartenente a una raccolta dedicata alle fiabe rinascimentali di Straparola contenute nelle Piacevoli Notti, un testo che presto presenteremo, illustrato, ai lettori dei Doni delle Muse, l’associazione culturale per cui lavoro.
Flamminio, giovane semplice, unico tra tutti abbandona le occupazioni quotidiane per una folle cerca, incontrando persone di tutti i tipi, dal taglialegna, al sarto all’eremita dedito soltanto alla contemplazione di Dio. Ognuno di loro vive nella ripetizione ogni giorno, attendendo soltanto il momento di morire e considera pazzo Flamminio che invece vuole incontrare la morte e vederla in faccia. Alla circolarità dell’esistenza degli altri personaggi, si oppone la linearità del viaggio dell’eroe al quale viene ripetutamente detto che avanzando nel suo cammino si avvicina ogni giorno di più alla morte. Flamminio è certo folle, ma conosce qualcosa che gli altri non conoscono mentre esamina la follia di chi lavora più del necessario per accumulare, siano beni terreni, provviste per l’inverno o penitenze per ottenere la vita eterna. Soltanto chi esce dalla ripetizione, dall’eterno ritorno dell’identico in attesa della fine, è in grado di vedere la follia di un’esistenza che altro non è che attesa della morte; il farsi incontro invece alla morte stessa, volerla incontrare e conoscere è qualcosa di folle agli occhi di chi vive nella circolarità della propria esistenza esattamente lo strumento per dimenticare che tutto un giorno avrà fine.

La fiaba ci mostra la vittoria procurata dalla scelta di seguire la chiamata del destino, la vittoria dell’anima contro la schiavitù della ripetizione, anche laddove sembri impossibile e folle, una pretesa priva di significato. La chiamata non è la grande vocazione, una voce che grida per farsi udire. Sono mille sussurri che ogni giorno ci mormorano la strada da percorrere, ma più li ignoriamo, più la loro voce si affievolisce fino a divenire inudibile. E allora di giorno in giorno ci allontaniamo dalla nostra autenticità, dalla nostra vera ispirazione, disperdendoci nella ripetizione e in una vita tracciata da altri per noi, in cui non c’è spazio per la novità, per la creazione e il destino diviene un concetto ridicolo, una favola per bambini, non l’elemento il cui ascolto può farci entrare nella vera profondità del nostro essere.
In realtà, forse i bambini hanno un bisogno minore rispetto agli adulti di ascoltare le fiabe, perché le fiabe narrano verità che i bambini conoscono e vedono ogni giorno, mentre gli adulti hanno perduto la capacità di vedere e di ascoltare, sono divenuti ciechi e sordi al richiamo che li vuole riportare sulla strada, sulla loro strada. Eppure le fiabe sono importanti anche per i bambini, perché in questo modo vengono giustificati in quello che già conoscono, ovvero che i loro pensieri sono importanti, la loro individualità è importante: hanno un compito nella vita ed è giusto che lo ascoltino e non dimentichino la chiamata che hanno ricevuto. L’adolescenza e l’età adulta portano in sé un indurimento di questa capacità di ascoltare e di comprendere che le fiabe parlano a noi, non parlano in generale all’essere umano. Tutta la nostra società cerca di portarci a questa durezza, alla sordità, alla cecità di fronte all’incommensurabile reale, tanto più bello e profondo quanto la nostra percezione lo rende squallido e bidimensionale. Perché la nostra ridotta percezione fa ammalare il mondo e questo ci restituisce la nostra stessa pochezza.
La realtà si può guarire a una sola condizione: imparare a vederla per quello che è, imparare a cogliere i segni, così palesi eppure nascosti, che ne mostrano la meravigliosa complessità, al di là della brutale semplificazione che la nostra società malata ci impone di applicare. Imparare a vedere con occhi nuovi ciò che appare invisibile, ad ascoltare una voce flebile che ci parla del nostro destino. Soltanto allora le catene possono rivelarsi per quello che sono: pura illusione. Soltanto allora si può uscire dal cerchio del ritorno dell’identico ed entrare nel luogo dove tutto è stabile e presente: il nostro stesso centro, al di là della mutevolezza del tempo.

Questioni di metodo. Il blocco dello scrittore

Scrivere è una questione complessa. Implica un’immersione totale nel proprio lavoro in cui immaginazione e riflessione occupano lo stesso spazio simbolico e mentale. È una perfetta unione tra parti della nostra mente che nella vita quotidiana possono apparire separate, senza esserlo. I momenti di grazia nella scrittura sono quelli in cui tutto fluisce senza ostacoli: pensiero, immaginazione e atto di scrivere non trovano limiti e la mente è perfettamente immersa nel presente.
Si tratta di un meccanismo delicato e, in particolare per i principianti, spesso i momenti in cui sembra di nuotare nella melma superano per numero quelli in cui tutto appare facile e immediato, come se ci si limitasse a osservare l’atto creativo senza prenderne parte. Questo ostacolo nella scrittura è ciò che comunemente viene chiamato blocco dello scrittore, i momenti di grazia invece, in genere rari, sono chiamati ispirazione.
Analizziamo ora le cause del cosiddetto blocco dello scrittore e scopriremo insieme che tanto questo quanto l’ispirazione altro non sono che una semplice questione di metodo. Perché, per quanto risulti spesso difficile da credere da parte di coloro che sono convinti che la scrittura sia arte del tutto priva di controllo, un lasciarsi andare al puro sentimento, in realtà scrivere è prima di ogni altra cosa disciplina. Una disciplina portata a un tale livello da non sembrare più tale, come quando osserviamo un danzatore professionista e non vediamo lo studio del bilanciamento del peso e la misura nei suoi movimenti, ma soltanto grazia e leggerezza. La stessa grazia e la stessa leggerezza possono essere presenti nei nostri scritti, ma sono necessari studio, metodo e lavoro come in qualsiasi forma di arte.
Siamo abituati a deprimerci di fronte a un momento di arresto, dimenticando che questo non è che un sintomo di altro. Non necessariamente un momento di vuoto nella creatività ha un significato specifico né tanto meno deve avere connotazioni negative. A volte è soltanto la mente che ci comunica il suo bisogno di ricaricarsi. Sentirsi vuoti e stanchi non significa essere bloccati e non c’è nulla di male nel non essere impegnati attualmente in un nuovo progetto. Un momento di interruzione nella stesura, inoltre, può significare tante cose, tra cui che l’idea che stiamo sviluppando non ci piace poi così tanto. E se non piace a noi, perché dovrebbe piacere a un lettore? Una battuta d’arresto deve essere interpretata per quello che è: un sintomo, il chiaro segno che c’è qualcosa che non va. In quanto tale, il sintomo non va combattuto ma compreso.
Esaminiamo ora quali sono le principali cause del cosiddetto blocco dello scrittore (blocco che in realtà può verificarsi per chiunque si occupi di un lavoro creativo), ovvero un modo attraverso cui la mente ci comunica che dobbiamo cambiare strategia o metodo di lavoro, oppure semplicemente che dobbiamo prenderci una pausa. Il blocco dello scrittore, espressione che considero inappropriata e fuorviante, è tutto tranne che necessario ed è possibile non soffrirne mai in tutto l’arco della propria attività di scrittori. Se poi si desidera intraprendere la scrittura come professione, è ancora più necessario apprendere un modo di lavorare che consenta di non avere mai momenti di vuoto, salvo qualche meritata vacanza dopo la conclusione di una stesura impegnativa.
Si possono riscontrare due tipologie di blocco, uno che possiamo definire primario e uno secondario. Il blocco primario nasce da una forte tensione nei confronti della pagina vuota che ci impedisce di iniziare a scrivere. È la difficoltà specifica di chi è alle prime armi, ma si può ripresentare anche all’inizio di un nuovo lavoro, in un modo che ci appare imprevedibile (ma, come vedremo, ci sono delle ragioni precise anche se talvolta di difficile identificazione). Crediamo di avere un’idea ben definita, ma nel momento di confronto con la stesura il meccanismo mentale che consente di scrivere si inceppa, lasciandoci del tutto vuoti. La soluzione è particolarmente semplice ma quasi nessuno si prende il tempo per metterla in pratica. Il fatto è che, prima di scrivere qualcosa in particolare, è fondamentale acquisire dimestichezza con l’atto dello scrivere. Apprendere alla perfezione la grammatica e le tecniche narrative di base, rassegnandosi al fatto che non è possibile pensare di potere imparare le cose più basilari strada facendo. L’esercizio e lo studio ci consentono di combattere contro il nemico principale della creatività, ovvero il senso di inadeguatezza che nasce quando non ci accontentiamo di scrivere semplicemente una storia, ma vogliamo avere tutto e subito, la nostra grande opera senza tuttavia padroneggiare gli strumenti essenziali per realizzarla. Procedere a piccoli passi, facendo una cosa per volta e concedendoci il lusso di sbagliare e di non essere perfetti è un modo fantastico per mettere a tacere la nostra paura di non essere dei bravi scrittori.

Il blocco secondario nasce di frequente quando ci mettiamo al lavoro troppo presto, ovvero quando ancora l’idea non è ben formata nella nostra mente. Un pensiero non è un’idea: idea è un concetto che implica una visione d’insieme, una struttura. Mettersi a scrivere con qualche sprazzo di idea non articolata non funziona. Non basta avere in mente qualcosa di indefinito su un personaggio o sulla trama: è fondamentale conoscerli bene e molto approfonditamente prima di procedere. Sapere le motivazioni di un’azione, capire, studiare. La storia va scritta prima nella mente che sulla carta e si deve tutto incastrare perfettamente. Se si procede alla cieca, è facile incorrere in errori. La scrittura vera e propria deve essere il momento conclusivo di un lungo processo di lavorazione, non la prima cosa e, paradossalmente, neppure la più importante.
Per non fermarsi a metà strada, occorre essere senza pietà: scartare idee, scartare trame che conducono a vicoli ciechi, eliminare i personaggi che non funzionano. Non tutte le idee sono abbastanza articolate da potere trasformarsi in una storia: alcune non ne hanno la potenzialità. Ricordate che un’idea che esige di essere scritta immediatamente perché non venga persa non è una buona idea. Per esserlo, deve superare il vaglio del tempo. Se tra una settimana o un mese vi sembrerà ancora una buona idea, significa che è possibile che lo sia.
Una delle peggiori cose che ci possano capitare, sempre causata dalla fretta, è scegliere male l’idea da sviluppare, in particolare se stiamo parlando di un romanzo: qualcosa che in linea del tutto teorica ci sembra interessante ma finisce per annoiarci durante la stesura. Dobbiamo amare profondamente quello che stiamo facendo o è la fine. Scrivere è un lavoro lungo e solitario, talvolta è difficile portarlo a termine anche se adoriamo i nostri personaggi e la trama. Figuriamoci se la nostra stessa storia ci annoia. In tal caso, serve coraggio: il coraggio di cestinare il lavoro fatto e iniziare qualcosa di migliore. Naturalmente è una misura drastica, ma utilissima per evitare di sprecare ulteriore energia e altro tempo; l’ideale sarebbe non iniziare affatto a scrivere qualcosa che non ci entusiasma. Come? Prendendoci, come abbiamo scritto prima, del tempo per riflettere.
Prendersi del tempo non significa procrastinare o essere pigri. Significa sviluppare un’idea senza scrivere la prima stesura di una storia. Significa prendere appunti, fare fotografie, visitare luoghi, parlare con persone fidate, fare ricerche, studiare. Verificare il proprio interesse. Lasciare che la passione per l’idea cresca e con essa il desiderio di mettersi a scrivere. Bisogna evitare di cedere alla tentazione di iniziare prima di avere tutte le idee chiare. Si può lavorare a frammenti di storia, fare prove di stile, scrivere descrizioni, buttare giù un racconto – che magari non verrà mai usato – in cui uno dei personaggi narra una parte della storia a qualcuno. Fare tutta una serie di lavori collaterali che non sono la stesura vera e propria della storia che vogliamo narrare, che sia un racconto o un romanzo ha poca importanza. Per un racconto di solito il tempo di preparazione è di pochi giorni, con un romanzo si può arrivare a qualche mese o anche più. È tuttavia fondamentale che quando si inizia a scrivere sia tutto pronto e non si debba fare altro che scrivere, senza interruzioni.
La cosa più importante è lavorare ogni giorno, anche soltanto per mezz’ora. Non importa che si concluda poco: dedicarsi alla propria storia fa lievitare le idee, le rende più reali, più concrete. Ogni giorno un pezzetto di lavoro viene svolto. In questo modo, nel momento in cui inizia la stesura vera e propria, la storia è già presente, già reale, come se la prima stesura fosse già stata completata. Possiamo dedicarci soltanto al puro flusso creativo, senza interruzioni di sorta, perché già sappiamo che vale la pena scrivere quella storia. Non disperdiamo energia.
Naturalmente per fare questo dobbiamo essere capaci di scrivere, ovvero avere superato il blocco primario di cui abbiamo parlato prima: siamo in grado di tradurre la nostra immaginazione in parole e pertanto comunicabile ad altre persone. Se tutto lo sforzo della scrittura è proiettato verso la parte più elementare di essa, quella che dovrebbe essere scontata per chi si cimenta nella scrittura di un racconto o di un romanzo, ovvero la tecnica narrativa di base o, ancora peggio, la grammatica, diviene estremamente difficile padroneggiare un lavoro su più livelli qual è la strutturazione di una storia. Chi ancora non sa gestire gli elementi base dovrebbe concentrarsi sugli esercizi o su testi molto brevi, senza pretendere di ottenere chissà quali risultati. Come la musica richiede infiniti esercizi per un’esecuzione che appaia naturale e priva di fatica, allo stesso modo la scrittura necessita lavoro e pazienza.

Come possiamo invece intervenire se abbiamo fatto male i compiti, per rimediare a un lavoro che avrebbe dovuto essere svolto prima della stesura? Se si considera che spesso il blocco nasce dall’avere iniziato il lavoro troppo presto, è facile giungere alla considerazione successiva: per superarlo a volte è sufficiente ripensare a quello che si sta facendo e fare qualche passo indietro. Io vi consiglio di pensarci in fase di progettazione, per evitare l’ostacolo prima ancora che si presenti, ma se avete voluto iniziare troppo presto potrebbe esservi utile riprendere il tema che state portando avanti o i personaggi e interrogarvi sulle motivazioni, sulla presenza di una connessione tra le azioni e gli obiettivi, oltre a tutto ciò che può esservi utile per capire cosa state facendo. A volte può servire mettere da parte il lavoro per un po’ e dedicarsi a qualcos’altro. Un’altra storia, un’attività creativa, uno sport. La scrittura libera e senza scopo di qualsiasi cosa vi venga in mente, praticata per qualche giorno anche soltanto per mezz’ora, può aprire nuovi orizzonti e portare a soluzioni inaspettate.
Distrarci può risultare molto utile anche se stiamo lavorando a una scena o a un dialogo che ci risultano particolarmente difficili. Viviamo in una cultura in cui lo sforzo e la fatica rappresentano dei valori. Nel mondo della creatività invece sforzo e fatica non portano da nessuna parte, quanto meno nella fase dedicata alla pura invenzione. Sforzarsi per ottenere è inutile: il risultato non è mai buono. Meglio piuttosto trovare un modo per rendere facile quello che ora ci sembra difficile. A volte l’ideale è lasciare indietro le parti che non ci vengono bene e lavorare a un altro passaggio, per poi riprenderle in un momento migliore. Restare fermi a lungo sulle stesse pagine può essere deleterio e fa aumentare l’ansia nei confronti dell’atto dello scrivere. Non abbiate paura di rimandare le scene difficili: le riprenderete in un secondo momento. Nel frattempo, lavorando ad altro, sarete divenuti più esperti nella scrittura e sarà più facile riprendere da dove avete lasciato o riprogettare da capo la scena in un modo che vi sia più congeniale. Troverete soluzioni inaspettate semplicemente mettendo da parte la difficoltà per dedicarvi a qualcosa che vi risulta più immediato.
Un’altra causa dei blocchi creativi è scrivere troppo. Se state lavorando a un romanzo, ricordate che state facendo una maratona, non una gara da centometristi. Un romanzo vi terrà compagnia, di solito, per diversi mesi, talvolta per anni. Dovete porre dei limiti al tempo da dedicare alla scrittura. Lavorare ventiquattro ore nel fine settimana e mezz’ora totale nei restanti cinque giorni è controproducente. Meglio scrivere mezz’ora al giorno ed estenderla a un’ora nel week end. Sarete più concentrati, più attenti e soprattutto avrete voglia di rimettervi a scrivere, dal momento che presumibilmente ogni giorno sarete costretti a interrompervi sul più bello, mantenendo così vivo l’interesse per quello che state facendo. Esaurirvi mentalmente esaurisce velocemente anche la vostra creatività. Non è una buona idea. Anche ad avere a disposizione ventiquattro ore ogni giorno, non esagerate. Una partenza velocissima spesso si arena nel momento centrale della storia e non vi porta da nessuna parte.

Per concludere questo articolo, vi riassumo quelle che, a mio avviso, sono le principali cause di difficoltà nella stesura di un testo che, se non trattate, rischiano di farvi arenare a lungo: difficoltà tecniche (scarsa conoscenza della grammatica, poca dimestichezza con la scrittura), scarso approfondimento dei propri personaggi, della storia che si vuole narrare, della direzione che la storia deve prendere, stanchezza fisica e mentale, fretta di concludere o di iniziare, idee non sufficientemente buone e non articolate. Come vedete, non è affatto necessario che uno scrittore sperimenti una fase di blocco. Le tecniche per trovare argomenti per le vostre storie sono numerose e vi consiglio di provarle, senza nessun timore di scartare idee e di percorrere nuove vie. Solo in questo modo potrete vivere un’esperienza di scrittura completa e soddisfacente, con risultati che vi sorprenderanno.
Se volete approfondire gli argomenti trattati in questo articolo, vi consiglio la lettura del mio manuale Scrivere bene è divertente, un testo che, prima ancora di parlare di scrittura, parla di creatività. Come coltivarla, svilupparla e non perderla mai nel lungo viaggio costituito dalla scrittura, perché sia sempre un’esperienza entusiasmante e divertente.

scrivere-bene-2

Scrittura e denaro

Il rapporto tra la scrittura e il denaro è un rapporto problematico, per quanto nella maggior parte dei casi resti puramente teorico. Sono sempre rimasta perplessa di fronte alla constatazione che, per quanto il denaro rappresenti un valore assoluto per la nostra società, un valore aprioristico che non ha necessità di essere giustificato, questo non valga nei confronti di un qualsiasi tipo di attività artistica. L’arte, che in quanto tale deve essere pura e incontaminata, non può avere nessun rapporto con una cosa triviale come la sopravvivenza materiale. Questa è anche la giustificazione adottata – e curiosamente considerata corretta da troppi – per non pagare artisti, musicisti, attori, scrittori. Non si deve fare arte per soldi, ma per esprimere se stessi: come se l’artista non avesse bisogno di mangiare come chiunque altro.

La verità è che la gente tende a nutrire un forte sospetto nei confronti di chi si guadagna da vivere scrivendo (o svolgendo un qualsiasi tipo di attività artistica): come è possibile che qualcuno sia in grado di lavorare davvero con qualcosa di intimo e personale come l’arte senza diventare un mestierante e svendersi?

Ci sono naturalmente degli errori in questa domanda che ho espresso. In primo luogo, per quanto la scrittura e l’arte siano strettamente connesse all’interiorità dell’artista e dello scrittore, acquistano significato nel contatto con il pubblico, ovvero comunicando con l’interiorità di altre persone. È fondamentale che quello che inizia come un’esigenza personale divenga l’espressione di un’esigenza collettiva – anche di una piccolissima collettività, qui non si parla di massa. Ciò che rimane dentro non è espressione artistica: per essere tale, deve essere comunicabile. E la comunicabilità richiede tecniche base di espressione: la conoscenza della lingua, l’abilità espressiva e quant’altro.

Il secondo errore è pensare che una continuità nella produttività sia qualcosa che riduce l’espressione artistica a “mestiere”. Tutto ciò nasce da una parte dall’inganno puramente romantico dell’arte come espressione tormentata di una genialità che costituisce un momento eccezionale nella vita dell’artista e che, in quanto tale, non può che esprimersi a sprazzi. Dall’altro, questo mito è alimentato da un’effettiva difficoltà: la maggior parte della gente semplicemente non è in grado di essere produttiva, a un alto livello, in modo continuativo. Da questo l’incredulità nei confronti di chi invece ha sviluppato un sistema e una tecnica in grado di supportare una creatività costante, presente nel lavoro quotidiano.

Il punto è che in un mondo di ciechi risulta difficile credere nell’esistenza di un universo visibile esterno: allo stesso modo, in un mondo di persone dalla creatività non sviluppata o bloccata, appare impensabile che la creatività sia, in realtà, un patrimonio potenzialmente inesauribile di possibilità che si manifestano nel lavoro di tutti i giorni, non nel contesto eccezionale di un momento di cosiddetta ispirazione.

Dico cosiddetta in quanto ritengo che l’ispirazione non sia affatto né una casualità né qualcosa di misterioso e inesplicabile, ma possa diventare metodo di lavoro. È del tutto possibile essere ispirati sempre, indipendentemente dallo stato d’animo: trovare un’inesauribile fonte di buone idee e apprendere a metterle in pratica tramite un lavoro metodico e lo sviluppo di una tecnica adeguata alle proprie esigenze espressive.

C’è chi trova arida l’idea di una tecnica della creatività. Io credo che sia perché non conosce l’ebbrezza di un lavoro di mesi in cui non si perde per un istante la motivazione e in cui ogni giorno restituisce nuovo nutrimento, nuove fonti di ispirazione. Non è facile trovare la via, si possono impiegare molti anni di duro lavoro, ma è possibile per chi lavora con ostinazione e pertinacia, senza arrendersi. In fondo, cos’altro è il talento se non l’umiltà di imparare ogni giorno per migliorarsi?

Per la maggior parte delle persone che scrivono in realtà il problema del rapporto con il denaro non si pone: si vende talmente poco che non è davvero immaginabile fare quel salto di qualità che consente di passare da un passatempo impegnativo a un lavoro, magari poco remunerativo ma pur sempre lavoro. C’è anche da dire che la gente non ci prova neppure. Le persone hanno un atteggiamento rinunciatario: se non posso guadagnare tot al mese esclusivamente scrivendo poesie o romanzi (o scrivendo le mie canzoni o sostituitelo con tutto quello che volete), allora devo relegare la scrittura a hobby a cui dedicarmi un paio d’ore nel fine settimana.

C’è un errore di fondo in questo discorso. Innanzi tutto, per quale motivo uno scrittore di romanzi non potrebbe scrivere anche altro, ad esempio saggistica, per incrementare i propri guadagni? Perché non dovrebbe insegnare scrittura creativa, scrivere articoli, organizzare conferenze ed eventi culturali o quant’altro? Se l’idea di campare di royalties è piuttosto irragionevole, non lo è se le royalties vengono integrate con una serie di lavori connessi alla scrittura, esattamente come fanno tutti i musicisti (o gli attori privi di contratti milionari) per sopravvivere.

Dioniso Zagreo. Un’altra storia del Diluvio

In questo periodo sto svolgendo una serie di ricerche per una monografia dedicata all’idromele, che uscirà tra un paio di mesi per I Doni delle Muse nella collana dedicata all’enogastronomia tra antichità e rinascimento, inaugurata nel 2015 con Medioevo in cucina. Come mia abitudine, sto affrontando il tema da diversi punti di vista, incluso quello mitologico, trovando testi di grande interesse per quello che riguarda la simbologia del miele.
Non poteva mancare nel mio studio un lavoro approfondito su uno degli dei più misteriosi e affascinanti dell’antichità, Dioniso, nel mondo classico frequentemente associato al miele. Voglio ora raccontarvi un mito particolarmente bello che ho trovato all’interno del testo delle Dionisiache di Nonno, che narra come il primo Dioniso non fosse in realtà figlio di Semele bensì nato da Persefone. Buona lettura!

Tutti gli dei ardevano di passione per la bella figlia di Demetra, Persefone, tutti desideravano unirsi in nozze a lei. Sconvolta dall’angoscia di una guerra tra i pretendenti, Demetra si fece terrea in viso e sciolse i capelli mentre le lacrime scendevano lungo le guance. Più di tutto temeva che l’avrebbe reclamata come sposa Efesto, il fabbro claudicante.
Si recò allora presso la casa di Astreo, padre dei Venti, per farsi predire il destino che attendeva Persefone e fu annunciata dalla Stella del Mattino. Il dio si levò in piedi per accoglierla. Sul tavolo aveva disegnato figure geometriche con polvere scura e cenere.
Demetra si sedette accanto ad Astreo, accompagnata dalla Stella della Sera. I Venti alzarono le coppe colme di nettare che la dea rifiutò, cedendo soltanto dietro l’insistenza di Astreo. Euro versava da bere, Noto serviva l’acqua una volta finito il pasto, Borea portava l’ambrosia mentre Zefiro suonava le dolci note dell’aulos, la Stella del Mattino intrecciava corone di rami fioriti irrorati di rugiada ed Espero muoveva passi di danza.
Ma Demetra era in preda all’affanno: sfiorò le ginocchia di Astreo e gli toccò la barba per supplicarlo di rivelargli cosa il destino riservasse a sua figlia.
Il dio allora consultò le stelle e questo le rispose: “Demetra, quando l’eclissi renderà la luna oscura nel cielo, proteggi tua figlia, se le Moire lo vogliono, da nozze violente”.
Demetra tornò colma di inquietudine a casa. Legò due draghi alati a un carro e lì fece salire la figlia, nascondendola in una bruma scura. Demetra faceva seguire ai soffi di Borea i sibili della frusta perché le belve percorressero veloci gli spazi del cielo. Giunsero in un’insenatura tra le rocce della Sicilia e lì scesero per trovare riparo in una grotta, dove Demetra rinchiuse Persefone e la nutrice mettendo i due draghi a sorvegliare l’ingresso.
All’interno c’era un telaio e la giovane dea si mise al lavoro cantando ad Atena, signora della tessitura. Ma Zeus si tramutò in serpente ed entrò dove la fanciulla era nascosta, facendo cadere i draghi in un sonno profondo. Si accostò a Persefone lambendo il suo corpo con la lingua e quando venne il tempo la dea generò Zagreo dalle belle corna.
Il bambino salì fino alla dimora del padre celeste e lì giocava con il fulmine. Quando Era seppe della sua esistenza si infuriò e spinse i Titani a ferirlo con un coltello venuto dal Tartaro. Ma Dioniso Zagreo aveva il potere di tramutare la morte in un nuovo inizio e cambiò forma mentre l’arma dilaniava le sue carni. Il suo aspetto divenne quello di Zeus, signore dell’egida, del vecchio Crono, di un neonato, di un fanciullo. Divenne leone, cavallo, drago con le corna ricoperto di scaglie e sotto quest’ultima forma si lanciò contro un Titano stringendosi al suo collo; ancora, divenne tigre e toro per ferire gli assassini con le sue corna.
Gridò Era in preda alla rabbia e il toro cedette sotto i colpi, finché i Titani non poterono farlo a pezzi. Zeus allora, vedendo che il primo Dioniso era stato ucciso, colpì con il fulmine la madre dei Titani, rinchiudendo questi ultimi nel Tartaro.
I boschi si incendiarono, la vegetazione iniziò ad appassire. Tutta la terra venne colpita dai dardi del signore del fulmine, anche il mare ghiacciato non fu risparmiato.
Piangendo dai suoi occhi liquidi, Oceano levò una preghiera a Zeus che si impietosì vedendo la terra colpita dai dardi infuocati e ricoperta di cenere.
Così radunò le nubi e si spalancarono le sette porte dei cieli. L’acqua iniziò a scrosciare dal cielo inondando ogni cosa, i leoni di mare si ritrovarono nelle tane dei leoni di terra, i cinghiali incontrarono i delfini, il polipo saltò sulla lepre, gli animali terresti nuotarono con i pesci. Tra i cadaveri innumerevoli trascinati dalla corrente caddero le fiere, i fiumi e i laghi divennero una sola cosa, i quattro venti si fecero un unico soffio sulle acque. L’acqua della pioggia raggiungeva il cielo imbiancando con la sua spuma la Via Lattea.
Tutto l’ordinamento del mondo si sarebbe trasformato in caos se Zeus, con il suo cenno divino, non avesse ordinato a Poseidone di fare ritirare le acque. Il dio del mare allora colpì il suolo con il tridente e la terra apparve di nuovo riemersero le vette dei monti. Il Sole fece evaporare le acque e ricomparve la terraferma.
Allora gli uomini ricostruirono le città e ripresero a popolare la terra mentre gli uccelli fendevano con le loro ali il vento e i cieli.

Se vi piace la mitologia e desiderate approfondire, trovate qui i libri che ho curato sull’argomento:
Eneide. Il viaggio di un eroe
La nascita degli dei e altri miti greci
Edda. Miti del Nord
Beowulf. Storie di mostri, draghi e guerrieri

Scrittura. Arte o artigianato?

Mi stupisce sempre constatare come tanti aspiranti scrittori (ma anche tanti scrittori pubblicati) abbiano un’idea molto poco concreta dell’atto di scrivere e basino il lavoro quasi esclusivamente sull’ispirazione del momento, senza nulla di solido a cui affidarsi e con cui disciplinare la propria immaginazione. Tutto questo in nome di una presunta integrità artistica: meglio scrivere mezza pagina ispirata una volta al mese piuttosto che scrivere ogni giorno pagine e pagine vuote e prive di vita.

Tutto questo non ha senso. Una solida tecnica di scrittura non può prescindere da un altrettanto solido lavoro sulla propria creatività, che non è affatto un elemento astratto e inafferrabile, bensì qualcosa che si può comprendere, affinare e rendere possibile attraverso la dedizione e il lavoro quotidiano. Tecnica significa ripetibilità delle condizioni che hanno consentito l’atto creativo. Significa rimozione degli ostacoli che impediscono alla creatività di fluire liberamente, alle immagini di scorrere dalla mente al foglio. Ai personaggi di diventare vivi. Tecnica di scrittura significa in primo luogo educazione dell’immaginazione.

Arido? No, assolutamente. Padroneggiare la tecnica implica non essere più in balia dell’emozione del momento, sapere incanalare la propria ispirazione in qualcosa che può essere mantenuto costante nel tempo.

Io considero la scrittura un lavoro di natura artigianale. Ma nel senso in cui lo intendevano nel rinascimento, in cui il concetto di arte come qualcosa di separato da tutto e da tutti, idea pura priva di praticità che vive in un regno iperuranio, non esiste. Non credo possa esserci idea senza realizzazione pratica, forma priva di correlato oggettivo. In breve, l’idea da sola non basta. L’ispirazione non è sufficiente. Si deve tradurre in qualcosa di oggettivo, di comunicabile, di ripetibile. L’arte della scrittura non può prescindere dallo scrivere in modo adeguato e comprensibile, non può prescindere dallo studio del mezzo di espressione. Non può prescindere dal lavoro di lima, dal perfezionamento. Se non si è in grado di rendere perfetto quello che si scrive, perché farlo? Come ho detto prima, l’idea non è sufficiente. Servono tanto lavoro e un amore profondo per quello che si sta facendo.

Il lavoro dello scrittore è simile a quello dello scultore. La materia grezza è già lì, già data. È presente nel nostro inconscio nella sua interezza. Tutto il lavoro creativo dello scrittore consiste nel riconoscere la materia che andrà a costituire la storia e separarla dagli elementi inutili. Rimuovere gli ostacoli, scalpellare via pezzi di marmo che nascondono la figura all’interno della pietra. Lo scrittore creativo è in grado di forgiare collegamenti tra elementi preesistenti nella sua stessa mente, che possono essere evocati tramite lo studio, la meditazione, l’osservazione, la lettura e molti altri strumenti. Spetta a ognuno trovare la modalità più adeguata. Possediamo un patrimonio sterminato di impressioni, ricordi, sensazioni, idee confuse prive di legame tra di loro. Una persona che non è abituata a lavorare in modo creativo interpreta i lampi di luce che ogni tanto si presentano tra questi elementi come “ispirazione”, ma in modo del tutto casuale e incontrollabile. Le persone creative sono quelle che invece attingono volontariamente e consciamente a questo patrimonio, stabilendo collegamenti e trovando soluzioni.

C’è una genialità potenziale nella nostra mente alla quale semplicemente non sappiamo attingere, quanto meno non finché viviamo in modo non creativo. Qual è il trucco? Eliminare gli ostacoli. Imparare ad ascoltare. Cogliere i suggerimenti. Essere pronti e recettivi. Vivere, insomma, in modo creativo, sempre.

Gli ostacoli principali nella scrittura? Cattiva conoscenza della lingua, attaccamento eccessivo a cose di poca importanza, paura ingiustificata. L’idea, radicata in tante persone, che attingere troppo al nostro pozzo creativo possa portarci a svuotarlo. Il terrore di non avere nuove idee. Che se anche l’attuale romanzo è interessante, non si riuscirà a scriverne un altro.

Quando si scrive basandosi sul lampo di luce improvviso, capita di frequente che tale lampo si spenga lasciando nel buio più completo. Questo è ciò che tanti chiamano il “blocco dello scrittore”. Può verificarsi al primo libro o anche al decimo. La scrittura è uno dei campi in cui si rischia di esaurire in fretta le cose da dire. Se si impara invece ad attingere alla propria immaginazione, che è inesauribile, è impossibile restare a secco.

Il problema principale della scrittura non è quasi mai iniziare, quanto piuttosto concludere quello che si è iniziato, mantenere viva l’ispirazione. Questo in particolare se si sta lavorando a qualcosa di lungo, un romanzo di centinaia di cartelle. Non perdere la motivazione iniziale, non perdersi tra personaggi, intrecci, storie. Perché scrivere un romanzo è una maratona, non una corsa di velocità. Servono soprattutto una grande forza di volontà e un’idea in grado di sostenersi per centinaia di pagine.

Il problema non è tanto se scrivere o non scrivere quando non si è ispirati, è piuttosto continuare a essere ispirati anche dopo mesi di lavoro ed esserlo sempre. Una tecnica solida a cui affidarsi aiuta a mantenere la mente fresca e creativa, la scrittura a un buon livello nel lavoro quotidiano. Il modo migliore per farlo, anche se forse non mi crederete, è imparare a fare meno fatica possibile. Ma non nel senso di scrivere qualsiasi cosa venga in mente, senza controllo: semplicemente dedicando qualche anno della propria vita a uno studio approfondito della lingua italiana, impegnandosi in un serio programma di lettura di alcune ore al giorno ed esercitandosi quotidianamente nelle tecniche di scrittura. Sottolineo qualche anno. Non si impara a scrivere in settimane o mesi. Se qualcuno vi dice che è possibile, sta mentendo: potrete scrivere al massimo in italiano corretto, ma non ci saranno le ottime idee che caratterizzeranno la vostra scrittura se continuerete a esercitarvi. Il primo racconto che scriverete non sarà presumibilmente un buon racconto, ma questo non vi deve preoccupare. Per produrre qualcosa di buono spesso servono cumuli di schifezze. Fa parte del processo di apprendimento di quella forma incredibile di artigianato artistico che è la scrittura.

Permettersi di scrivere delle schifezze significa concedersi il tempo di provare e di sperimentare. Di lasciare che qualcosa avvenga nella nostra immaginazione e ci trasformi, per arrivare a provare l’incredibile sensazione delle pagine che si scrivono da sole, senza nessuno sforzo. Caso o miracolo? Nessuna delle due cose. Soltanto tecnica creativa.

Buona scrittura a tutti!

Il Solstizio d’Inverno e il simbolismo dell’Albero del Mondo

Il solstizio d’inverno è un momento di paura e di angoscia in cui l’oscurità prevale sulla luce. Un momento in cui la necessità di ritrovare il centro, simboleggiato dall’albero e dalla croce, si impone all’individuo a partire dall’esterno. Necessità che viene ignorata regolarmente, esorcizzando il silenzio attraverso il festeggiamento e facendo tacere il buio ricercando la luce, per dimenticare la paura del vuoto. Tuttavia il sole è destinato a risorgere a nuova vita in quanto è soltanto assopito ma non scomparso.
È possibile scegliere di ascoltare il vuoto e assaporare il silenzio, ritrovare una nuova dimensione priva di distrazioni esterne, per quanto questa seconda soluzione non sia affatto comune nella nostra civiltà moderna.

Dopo questa breve premessa, voglio parlarvi di un simbolo divenuto talmente comune da non essere più percepito nella sua natura di simbolo. L’Albero, presente in molte case in questo periodo dell’anno.
Quello dell’Albero sacro come centro del mondo e allo stesso tempo centro dell’individuo che grazie a esso si connette con la struttura stessa dei mondi è un simbolismo affascinante e antichissimo.
L’Albero del Mondo costituisce il luogo da cui i mondi si propagano e tutto confluisce: il tempo manifestato sotto forma spaziale al centro del quale si annullano sia lo spazio che il tempo. I mondi superiori e inferiori nascono da esso, che estende i rami fino ai cieli (i mondi superiori) e le radici sino agli inferi (i mondi inferiori).
Luogo perfetto e allo stesso tempo non-luogo, fuori dal mondo per potere essere centro dell’universo, l’albero è punto di arrivo, certo, ma anche origine e punto di partenza. Il suo seme contiene in sé, in potenza, tutto il divenire dell’essere.

L’albero del giardino dell’Eden rappresenta il luogo centrale del mondo, quello da cui si dipana il mondo materiale raffigurato dall’affluenza dei quattro fiumi che si ritrovano nel centro esatto dell’universo. Non a caso, nella Legenda Aurea esiste una perfetta equivalenza simbolica, fondamentale in tutto il Medioevo e amata nella storia dell’arte, tra l’Albero del giardino e l’Albero della croce, fabbricato con il medesimo legno.
La croce, realizzazione perfetta della potenzialità dell’Albero, rappresenta la via d’accesso al paradiso, chiuso per sempre a causa del peccato originale. Non a caso, il paradiso terrestre costituisce il punto di partenza per accedere ai mondi superiori anche nella Commedia dantesca, nello stesso modo in cui i regni inferiori si sviluppano ai suoi piedi.

Ho trattato il tema dell’Albero del Mondo in alcuni dei miei romanzi, naturalmente sotto forma narrativa. La caduta di Northin parla di un mondo in cui l’equilibrio costituito dalla presenza dell’Albero (il suo essere centro dell’universo e fonte di stabilità) è infranto, come avviene con Yggdrasill, asse che unisce tutti i mondi, tormentato da serpenti, aquile e cervi che minacciano la sua vita malgrado la loro stessa esistenza dipenda da quella del grande frassino.
A Northin la catastrofe è già avvenuta e l’unico modo per salvare il mondo stesso è costituto da un viaggio attraverso i mondi per trovare qualcosa in grado di annullare gli effetti del tempo. Un ritorno di ciò che è stato, una ripetizione delle condizioni che hanno portato il seme dell’Albero a crescere e divenire il centro dell’universo.

Questa naturalmente è solo la premessa del romanzo, ma costituisce anche il mio invito a leggere il significato simbolico del solstizio d’inverno: sperimentare l’uscita dal tempo, dal mondo esteriore, per entrare in una dimensione altra che non può essere rappresentata sotto forma spaziale e temporale. Il centro perfetto dal quale si dipanano gli infiniti mondi e il luogo dell’interiorità, piccolo come un granello di senape che contiene in sé il regno dei cieli e la promessa dell’eternità.

Northin fronte bozza